Prima di andarsene, Trump butta una bomba anche sulla pace nel Sahara Occidentale

Prima di andarsene, Trump butta una bomba anche sulla pace nel Sahara Occidentale

«Il Marocco ha riconosciuto gli Stati uniti nel 1777. È quindi necessario riconoscere la sua sovranità sul Sahara occidentale», ha twittato lo scorso giovedì Donald Trump, aggiungendo di aver firmato un proclama che «riconosce la proposta del Marocco sull’autonomia di quei territori come l’unica base per una soluzione giusta e duratura per una pace».

Un riconoscimento concesso al regno del Marocco, in cambio della normalizzazione da parte di Rabat delle sue  relazioni con lo stato di Israele all’interno dell’Accordo di Abramo che ha già visto l’adesione da parte del Bahrein e degli Emirati Arabi Uniti, anche se il ministro degli Esteri marocchino, Nasser Bourita, ha negato con decisione questa ipotesi.

Il governo della Repubblica Araba Saharawi Democratica (Rasd), ha condannato venerdì  «fortemente» la decisione del presidente americano uscente, Donald Trump, di riconoscere in Marocco una sovranità «che non gli appartiene e non merita», ha indicato un comunicato stampa del governo saharawi. «Questa decisione arriva in un momento in cui il Marocco ha appena minato l’accordo di cessate il fuoco a seguito della sua palese aggressione contro il popolo saharawi il 13 novembre», ha aggiunto il comunicato.

Il Fronte Polisario ha deplorato questa scelta unilaterale da parte dell’ormai ex presidente Trump –  come avvenuto in passato per Gerusalemme capitale di Israele o per il riconoscimento dei territori siriani occupati del Golan come territorio israeliano – come un «ulteriore ostacolo» agli sforzi della comunità internazionale per trovare una soluzione pacifica al conflitto in atto tra la Rasd e il Regno del Marocco.

Dichiarazioni in contrasto con le affermazioni di Trump sul riconoscimento del Sahara Occidentale come «provincia autonoma  del regno del Marocco» sono arrivate dall’Unione africana. Il presidente di turno Cyril Ramaphosa, ha rimarcato che questa dichiarazione univoca è «un attacco all’Unione africana, alla sua Carta fondatrice e alle sue risoluzioni». Il riferimento è legato alle forti critiche della settimana scorsa nei confronti del Marocco – evidenziate dalla Nigeria, dal Kenya, dall’Algeria, dal Sudafrica e dallo Zimbabwe – con l’esplicita richiesta  «di arrivare ad un referendum di autodeterminazione per il popolo saharawi in tempi brevi» e di « mettere a tacere le armi in Africa», chiedendo la necessità di trovare una soluzione giusta e duratura tra i due Paesi membri.

Dello stesso tono le reazioni ufficiali da parte dell’Unione europea  e delle Nazioni unite. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, ha in queste ore annullato una visita  ufficiale a Rabat, prevista per il 17 Dicembre, esprimendo  «disaccordo con questa dichiarazione unilaterale che mina un processo di pace credibile diplomaticamente».

Accuse e critiche che provengono anche dagli Stati uniti e dallo stesso Partito repubblicano, con il senatore Jim Inhofe che sul suo sito web ha giudicato la decisione di Trump «scioccante perché  non rispecchia la visione dell’amministrazione americana» e si è detto rattristato «dal fatto che i diritti del popolo saharawi siano stati negati in questa maniera».

L’Assemblea generale delle Nazioni unite venerdì  ha adottato una nuova risoluzione non posta in votazione sulla questione del Sahara Occidentale, durante la sua 61a sessione, in cui ha riaffermato «il diritto innegabile dei popoli all’autodeterminazione e all’indipendenza in conformità con i principi inclusi nella Carta delle Nazioni Unite del 1960 sulla concessione dell’indipendenza ai popoli colonizzati».

«Per quanto riguarda la situazione già critica relativa al Sahara Occidentale –  ha dichiarato durante la sessione  Colin Stewart, capo della missione di pace Minurso – tutto rimane nell’accordo siglato nel 1991, che indica quel territorio come occupato e che prevede un referendum di autodeterminazione per definire la volontà del popolo saharawi di decidere liberamente il proprio destino».

* Fonte: Stefano Mauro, il manifesto



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