Territori occupati. Maher al Akhras vince dopo 103 giorni di sciopero della fame

GERUSALEMME. Fu categorico Maher al Akhras a fine luglio, quando venne arrestato dall’esercito israeliano e messo in «detenzione amministrativa» per quattro mesi senza processo e senza conoscere le accuse mosse nei suoi confronti. «Ho due sole possibilità» disse «tornare dalla mia famiglia o lasciarmi morire». Ieri, dopo 103 giorni di sciopero della fame che lo hanno portato vicino alla morte, il 49enne palestinese del villaggio Silat al-Dhahr ha vinto la sua battaglia: presto tornerà a casa. Le autorità israeliane hanno accettato di rilasciarlo il 26 novembre, alla scadenza dei quattro mesi di carcere, e di non rinnovare la detenzione.

Da parte sua Al Akhras, in condizioni critiche, tornerà a nutrirsi restando ricoverato nell’ospedale Kaplan di Rehovot. Sui social migliaia di palestinesi e stranieri hanno celebrato l’annuncio della scarcerazione a fine mese. In sostegno del prigioniero erano scese varie organizzazioni internazionali e qualche giorno fa anche l’Onu. Dal letto dell’ospedale al Akhras ha rivolto un saluto speciale alla famiglia, al suo avvocato Ahlam Haddad, ai prigionieri politici palestinesi e ha ringraziato le organizzazioni arabe ed ebraiche che si sono impegnate per la sua scarcerazione.

I servizi di sicurezza di Israele accusano Al Akhras di essere un militante del Jihad Islami ma non hanno prodotto alcuna prova a sostegno di questo. E, come è avvenuto per altre migliaia di palestinesi dal 1967 ad oggi, hanno chiesto ad una corte militare di mettere Al Akhras in carcere, senza processo, ed esposto ad un rinnovo automatico della detenzione. Peraltro il 25 ottobre la Corte suprema israeliana non era andata oltre il congelamento del provvedimento, lasciando la sorte del prigioniero nelle mani delle autorità militari. La prospettiva di ampie proteste palestinesi in caso di morte del detenuto è stata con ogni probabilità la ragione che ha spinto Israele ad accettare un accordo. Al Akhras non è il primo palestinese che fa lo sciopero della fame contro la detenzione amministrativa. Negli ultimi anni la protesta si è intensificata ma le autorità israeliane non rinunciano a questa sorta di «custodia cautelare» a tempo indeterminato introdotta durante il Mandato britannico sulla Palestina.

Si intensificano nel frattempo le condanne internazionali, tra cui quella dell’Ue, per la distruzione martedì del villaggio di Hamsa al Fouqa, nel nord della Valle del Giordano. I palestinesi parlano di «blitz» compiuto dall’esercito israeliano approfittando dell’attenzione generale rivolta alle presidenziali Usa. Più di 70 palestinesi sono rimasti senza casa e vivono ora in tende messe a disposizione dalla Croce Rossa. Il Cogat, la sezione dell’esercito israeliano responsabile degli affari civili, spiega che sono state distrutte strutture «costruite illegalmente in un’area di addestramento militare». Ma il centro per i diritti umani B’Tselem denuncia che le zone per le manovre militari e altre misure impediscono totalmente ai palestinesi di costruire in Area C, il 60% della Cisgiordania che gli Accordi di Oslo assegnarono provvisoriamente al controllo di Israele in attesa di un accordo territoriale definitivo che non è mai arrivato. Quest’anno 798 civili palestinesi sono rimasti senza casa per le demolizioni compiute in Cisgiordania

* Fonte: Michele Giorgio, il manifesto



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