Dopo Trump, cosa cambia per Netanyahu e le politiche verso l’Iran

Dopo Trump, cosa cambia per Netanyahu e le politiche verso l’Iran

GERUSALEMME. È la politica che Joe Biden attuerà nei confronti dell’Iran e non dei palestinesi che nel post-Donald Trump tiene occupati i pensieri di Benyamin Netanyahu. Ieri sera, mentre scrivevamo, il premier israeliano non si era ancora congratulato con il nuovo presidente Usa. Certo, l’Autorità nazionale palestinese ora rialza la testa e questo non piace a Netanyahu. Ed è prevedibile che la futura Amministrazione Usa ristabilirà relazioni con il presidente Abu Mazen interrotte dopo il riconoscimento fatto da Trump di Gerusalemme come capitale di Israele. Si dirà inoltre contraria alla colonizzazione e all’annessione unilaterale a Israele di parti della Cisgiordania. E farà qualche proclama a favore della defunta soluzione a Due Stati (Israele e Palestina) prendendo le distanze dall’Accordo del secolo di Trump. Ma Joe Biden non è Barack Obama che nel suo celebre discorso del 2009 al Cairo tratteggiò un nuovo percorso della politica Usa verso i palestinesi che poi non si è materializzato. Il nuovo presidente Usa incarna la moderazione, è parte dell’establishment tradizione del Partito democratico, vanta un’amicizia personale con Netanyahu, è a favore della normalizzazione dei rapporti tra paesi arabi e Israele e ha già detto che lascerà al suo posto l’ambasciata Usa trasferita due anni fa da Tel Aviv a Gerusalemme dall’Amministrazione Trump. Senza contare che la sua futura vice, Kamala Harris, è una sostenitrice accanita di Israele e delle relazioni strette tra Usa e Stato ebraico.

La questione iraniana perciò sarà il vero nodo delle relazioni tra Biden e Netanyahu, sempreché il premier israeliano resti al suo posto nei prossimi anni. Si fanno insistenti le voci che il governo israeliano cada prima della fine dell’anno sulla legge di bilancio. Senza dimenticare che dal prossimo gennaio Netanyahu passerà una porzione non marginale del suo tempo in un’aula di tribunale a difendersi dall’accusa di corruzione. Israele marcia verso le quarte elezioni politiche in due anni. L’analista Yossi Verter, riportando le previsioni dei vertici politico-militari israeliani, ha scritto su Haaretz che Biden proverà a rilanciare l’accordo sul programma nucleare iraniano del 2015 – quando era vice di Obama – fatto a pezzi da Trump nel 2018 tra gli applausi Netanyahu. Non lo farà però con un «scusate, ci siamo sbagliati».

Biden, prevedono gli israeliani, sceglierà una via di mezzo, tra la linea di Obama di riconoscimento dell’Iran e del suo peso in Medio oriente e quella del pugno di ferro gradita a Netanyahu e ai suoi alleati arabi (sauditi in testa). La futura Amministrazione punterà ad intavolare negoziati volti ad emendare ed integrare l’accordo del 2015 almeno con una intesa sui missili balistici. «Non troverà un terreno agevole» spiega al manifesto l’analista Mouin Rabbani «questi quattro anni hanno visto Usa e Iran a un passo dalla guerra, la Casa Bianca ha varato sanzioni pesanti contro Tehran e ha fatto assassinare il generale iraniano Qassem Suleimani. Lo scontro si è spesso materializzato sul terreno in Iraq. Dopo tutto ciò a Tehran i falchi sono molto più forti rispetto al 2015 e le voci favorevoli al dialogo più flebili, lo stesso presidente Rohani ha cambiato in parte il tono delle sue dichiarazioni». L’Iran, prevede Rabbani, «chiederà la sospensione immediata di tutte le sanzioni per prendere in considerazione l’idea di un negoziato».

Come si muoverà Israele? I ministri di Netanyahu già mettono le mani avanti. Se Biden userà la carota e non più il bastone «porterà a uno scontro violento tra Israele e Iran» ha avvertito uno di loro, Tzaghi Hanegbi, rilanciando la minaccia di un attacco militare israeliano contro Tehran. Possibilità resa più concreta dai recenti accordi di normalizzazione che ora permettono a Israele di affacciarsi sul Golfo, proprio di fronte all’Iran, dalle coste degli Emirati e del Bahrain

* Fonte: Michele Giorgio, il manifesto



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