Rapporto ONU: l’Afghanistan è il conflitto più letale al mondo per i civili

Rapporto ONU: l’Afghanistan è il conflitto più letale al mondo per i civili

I Talebani uccidono di più, i bombardamenti afghani sostituiscono quelli americani e il conflitto cambia geografia. Si potrebbe sintetizzare così il rapporto della missione dell’Onu a Kabul (Unama) sulle vittime civili nei primi 9 mesi del 2020, dall’1 gennaio a fine settembre.

I MORTI SONO 2.117, 3.822 i feriti. Complessivamente, una diminuzione del 30% rispetto allo stesso periodo del 2019. Ma i dati sono ambivalenti e il confronto con l’anno scorso – uno dei più sanguinosi del conflitto – rischia di restituire un’immagine troppo rassicurante. Il 2020 si è aperto con l’accordo, a febbraio, tra Talebani e Usa sul ritiro delle truppe straniere, è proseguito con l’inizio, il 12 settembre, del negoziato tra Talebani e Kabul, ma la violenza continua. E in alcune province – Balkh, Samangan, Jawzjan, Badakhshan, Ghor, Kapisa, Logar, Khost e Bamyan – è perfino aumentata rispetto al passato. Nonostante i colloqui in corso a Doha, il Paese «rimane uno dei posti più letali al mondo in cui essere un civile», come certificato pochi mesi fa anche dal Global Peace Index 2020 dello Institute for Economics & Peace, secondo il quale l’Afghanistan è il Paese meno pacifico al mondo (su 163 esaminati) per il secondo anno consecutivo, seguito da Siria, Iraq, Sud Sudan e Yemen.

PER IL RAPPORTO DI UNAMA reso pubblico ieri, tra le vittime civili più di 4 su 10 sono donne o bambini. I bambini costituiscono il 31% di tutti i morti e feriti, le donne il 13%. Nel caso dei bambini la diminuzione è del 47% rispetto al 2019, ma il bombardamento aereo di una settimana fa sulla madrasa del distretto di Baharak, nella provincia di Takhar, e l’uccisione di 13 bambini, mostra quanto il pericolo sia persistente. E come il conflitto stia cambiando. La missione dell’Onu esprime preoccupazione per l’aumento del 70% delle vittime causate dai bombardamenti aerei delle forze afghane, che oggi causano l’8% delle vittime totali. L’aumento va ricondotto all’accordo tra Washington e i Talebani: da marzo, gli americani non bombardano più, o quasi. Per questo aumentano le vittime delle bombe sganciate dagli afghani, ma nel complesso diminuiscono del 34% quelle riconducibili alle forze governative – sono il 28% oggi -, tra le quali Unama annovera anche gli stranieri, quest’anno responsabili del 2% delle vittime (83 morti, 30 feriti). Senza i bombardamenti americani, il bilancio delle vittime appare più “rassicurante”.

LE FORZE ANTI-GOVERNATIVE – Talebani, Provincia del Khorasan (branca locale dello Stato islamico) e «anonimi» – sono responsabili del 58% delle vittime (1,278 morti e 2,172 feriti). Nel caso dello Stato islamico, nel 7% dei casi: la riduzione è del 61% rispetto al 2019. Qui sta un’altra ragione per i numeri “rassicuranti”: lo Stato islamico colpisce meno. Ai Talebani va attribuito il 45% delle vittime. E dopo l’accordo con gli americani, uccidono di più rispetto al 2019 (6%), a dispetto dei tre periodi di tregua – una delle quali durata 8 giorni – legati al negoziato. Nel complesso causano il 32% in meno di feriti e morti, perché ci sono meno scontri sul terreno (che causano comunque il 38% delle vittime) e attacchi suicidi. La diminuzione potrebbe essere attribuita anche a un altro fattore, la crescita del 51% degli attentati senza paternità: il 7% del totale, cui corrisponde un aumento degli omicidi mirati.

I RICERCATORI DI UNAMA non lo dicono, ma a Kabul non sono pochi a pensare che i Talebani stiano facendo piazza pulita di oppositori presunti o reali – dai mullah dissenzienti ai leader tribali poco ossequiosi – senza alzare troppo la voce. Mentre a Doha, dove è in corso il negoziato con i rappresentanti del governo, rifiutano di accettare il cessate il fuoco umanitario

* Fonte: Giuliano Battiston, il manifesto



Related Articles

Bomba in una chiesa di Nairobi durante la messa per le scuole muoiono due bambini, molti feriti

Probabile rappresaglia delle milizie somale di Al Shabab dopo l’offensiva keniana

Armi italiane alla Libia: la Beretta smentisce, Rete Disarmo replica

  Dubai, marzo 2000: l’allora direttore commerciale della Beretta mostra un’arma all’allora ministro della Difesa degli Emirati Arabi – Foto: ©blog.panorama.it

La Rete Italiana per il Disarmo replica al comunicato stampa della Fabbrica d’Armi Beretta – con il quale la ditta bresciana “smentisce seccamente” il coinvolgimento nella fornitura di 79 milioni di euro di armi leggere alla Libia tramite Malta riportato da organi di stampa europei, maltesi e anche dal nostro portale. Rete Disarmo “attende in merito indicazioni più approfondite e comprovanti”.

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment