La multinazionale Whirlpool chiude a Napoli, il governo impotente

La multinazionale Whirlpool chiude a Napoli, il governo impotente

La scusa: calo domanda lavatrici di alta gamma non prevedibile lo scorso ottobre

Si sono presi un caffè a palazzo Chigi. Davanti agli impotenti presidente del consiglio e ministro dello Sviluppo economico, i vertici italiani di Whirlpool – semplicemente dei passacarte molto ben pagati dei vertici americani della multinazionale – hanno annunciato che lo stabilimento di Napoli verrà chiuso il primo novembre.

L’attesa per l’incontro di ieri mattina era tanta. Si sperava che le pressioni del governo e il fatto che a gestire la vertenza fosse ora direttamente Giuseppe Conte avessero portato Whirlpool a tornare sui suoi passi e a riaprire la trattativa. Invece niente. Il destino di 420 lavoratori in lotta da quattro mesi più i circa mille dell’indotto fatto di aziende che in Campania lavorano in esclusiva per Whirlpool pare segnato.

CON LE STESSE FACCE DI BRONZO con cui si sono rimangiati l’accordo firmato al Mise a ottobre scorso e quest’estate hanno comunicato l’intenzione di cedere lo stabilimento in un comunicato stampa alla fine di un tavolo con i sindacati durante il quale non ne avevano fatto minimamente cenno, l’ad di Whirpool Italia Luigi La Morgia – ex direttore dello stabilimento di Napoli – e i suoi vice hanno comunicato che «l’azienda si trova costretta a procedere alla cessazione dell’attività produttiva, con decorrenza 1 novembre 2019».

Davanti a questa presa per i fondelli di ben due governi (Di Maio a ferragosto festeggiava il salvataggio), la legislazione italiana ha però armi assai spuntate. Certo, saranno tolti i finanziamenti e le agevolazioni fiscali previste per Napoli – i 17 milioni inseriti ad hoc nel decreto Salvaimprese ad agosto – e forse anche quelli per gli altri stabilimenti italiani. Ma Whirlpool – come qualsiasi altra multinazionale – può fare quello che vuole: chiudere di punto in bianco una fabbrica e spostare la produzione all’estero nel giro di pochi mesi.

A comunicare l’esito negativo dell’incontro è stato il neo ministro Stefano Patuanelli, sceso davanti i cronisti in attesa sotto palazzo Chigi: l’azienda «non ha fatto alcun passo in avanti», ha poi confermato anche il premier Giuseppe Conte. Per Whirlpool l’unica possibilità è la riconversione dello stabilimento, passando dalla produzione di lavatrici a quella di container refrigerati con la cessione del sito alla sconosciuta Prs di Lugano. La scusa è sempre quella: «è l’unica soluzione in grado di garantire la salvaguardia occupazionale e la sostenibilità nel lungo periodo dello stabilimento», mentre «nonostante ingenti investimenti, la fabbrica di Napoli non è più sostenibile per via di una crisi strutturale a causa del drastico declino della domanda di lavatrici di alta gamma e di congiunture macroeconomiche sfavorevoli, condizioni non previste né in alcun modo prevedibili al momento della sottoscrizione del Piano Industriale del 25 ottobre 2018», e cioè solo un anno fa. Una motivazione che ha la stessa credibilità di Prs: una azienda senza dipendenti e con un management con più fallimenti alle spalle.

ANCHE IL GOVERNO LA VEDE in questo modo tanto che Patuanelli ha definito la cessione del ramo d’azienda alla Prs un’operazione «sostanzialmente verso l’ignoto». Alla «presa di posizione unilaterale della multinazionale» il governo potrebbe rispondere convocando un nuovo tavolo che – con o senza Whirlpool – cerchi un compratore interessato alla produzione di lavatrici o comunque un progetto industriale serio.
«Si vada avanti finché non c’è una soluzione», sintetizza la segretaria nazionale della Fiom Barbara Tibaldi.

I SINDACATI HANNO SUBITO reagito, anche sul piano nazionale. Stanno valutando azioni di mobilitazione che coinvolgano i lavoratori di tutto il gruppo Whirlpool e la prima dimostrazione sono gli scioperi già tenuti e di nuovo indetti nella lontana Varese, base di Whirlpool in Italia e stabilimento più grande fra quelli che danno lavoro ai 5.500 dipendenti che la multinazionale ha infatti subito cercato di ammansire confermando la «strategicità dell’Italia» con «la più forte presenza produttiva del settore», avuta con l’acquisizione del gruppo Indesit nel 2014.

Per la segretaria generale della Fiom Francesca Re David «la totale chiusura e l’indisponibilità di Whirlpool a cercare soluzioni coerenti con l’accordo di ottobre mette di fatto a rischio la tenuta del piano industriale e il futuro di oltre 5mila lavoratori in Italia», dichiara annunciando unitariamente 2 ore di sciopero alla fine di tutti i turni in tutti gli stabilimenti del gruppo.

La chiusura del sito «è una scelta scellerata» secondo il segretario generale della Uilm Rocco Palombella che parla anche di «mancata incisività ed efficacia» dell’azione del governo nel far rispettare l’accordo firmato un anno fa.

Per la segretaria nazionale della Fim Cisl Alessandra Damiani si tratta di una vera e propria «bomba sociale pronta a esplodere. E di cui Whirlpool è l’unica responsabile».

* Fonte: Massimo Franchi, il manifesto



Related Articles

La Cgil : ricorso contro il “Poletti”

Precari. La segretaria Sorrentino della Cgil: rischio rinnovi infiniti. Il sindacato sta valutando di ricorrere alla giustizia Ue e italiana. Berlusconi: «Altro che Jobs Act, così è un Cgil Act». E spunta la «mediazione» Ichino: ma senza articolo 18

Come si può crescere davvero

Nella sua lunga conferenza stampa di fine anno, Mario Monti ha più volte ribadito che non può esserci risanamento senza crescita. Le cifre gli danno ragione: ogni punto in meno di crescita comporta circa mezzo punto di pil di deficit in più, sette miliardi e mezzo aggiuntivi da reperire se si vuole rispettare l’obiettivo del bilancio in pareggio. Ed è vero anche il contrario: la riduzione dell’incertezza sul futuro dell’economia italiana stimolerebbe la crescita dando un grande impulso agli investimenti. Proprio per questo non ha senso alcuno parlare di una fase due nell’azione di governo. Le misure per lo sviluppo, che vengono ora annunciate per metà  gennaio, avrebbero dovuto essere varate contestualmente alla manovra per venire approvate prima di Natale. Era quanto previsto, tra l’altro, dagli impegni sottoscritti dal nostro paese in sede europea. A questo punto non possiamo permetterci ulteriori ritardi. 
Non c’è fase due anche perché continuiamo ad essere in piena emergenza e dobbiamo dare forti segnali ai mercati prima delle aste di febbraio. Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un forte calo dei rendimenti alle aste del Tesoro sui titoli a breve scadenza, accompagnato però da un ampliamento dello spread sul mercato secondario, nonostante i continui interventi della Bce. L’impressione è che molti investitori istituzionali vendano i nostri titoli di Stato prima delle aste per poi riacquistarli alle nuove emissioni soprattutto sulle scadenze più brevi, anche perché non troppo velatamente invitati a farlo. Queste operazioni possono contribuire a contenere la crescita del costo medio del nostro debito pubblico (che paga i rendimenti delle aste), ma peggiorano la posizione patrimoniale delle banche che sono giustamente costrette a valutare i titoli in portafoglio alle condizioni del mercato secondario. 
L’indice degli interventi prospettati dal presidente del Consiglio due giorni fa è condivisibile. Le liberalizzazioni e le riforme che riducono il dualismo del mercato del lavoro stimolando gli investimenti in formazione sul posto di lavoro servono per fare aumentare la produttività .

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment