Al voto. Tutti parlano di «lavoro», battaglia campale sull’articolo 18 e Jobs Act

Al voto. Tutti parlano di «lavoro», battaglia campale sull’articolo 18 e Jobs Act

Che cos’è il “reddito di cittadinanza” del M5S. Il Pd ribatte con il “salario minimo legale” Ritorna la suggestione della “riduzione dell’orario di lavoro” e a sinistra si parla di “reddito minimo garantito”

«Il lavoro resta la prima, e la più grave, questione sociale» ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel messaggio di fine anno. Tra le forze politiche ai blocchi di partenza per la gara elettorale del 4 marzo almeno un accordo su questo punto c’è. Sulle cause e sui rimedi le divergenze sono massime.

PER IL PD il Jobs Act funziona. Dovesse non nascere più il sole su questo non c’è dubbio. Ha prodotto 986 mila «posti di lavoro» dal 2014, quando il fenomeno Renzi ascese al trono. Il tocco magico si rivela però una riverniciatura dei dati. Si parla di «occupati», ma sono precari cresciuti più dei tempi determinati (610 mila contro 505 mila). Oltre il 90% del lavoro creato post Jobs Act è precario. Solo nel 2016 quattro milioni hanno lavorato per qualche giorno, persino tre. Alla base c’è la diabolica combinazione tra la legge Fornero che ha aumentato l’età pensionabile e la «riforma» Poletti che ha abolito la «causale» dei contratti a termine le statistiche hanno registrato un aumento del «quasi un milione» ripetuto da Renzi tra Natale e Capodanno. Questo «milione» è fatto di lavoro intermittente, in somministrazione, a chiamata, contratti a termine. Se oggi c’è la «crescita» dell’occupazione è integralmente dovuta all’arcipelago del lavoro «casualizzato»: i cosiddetti «McJobs». L’aumento riguarda in stragrande maggioranza i lavoratori anziani over 55, molto meno i giovani. Al Nazareno questi dati sono ignorati e si continua a ripetere che l’«occupazione aumenta». Sotto il segno «più» ci sono i «McJobs», i lavori usa e getta.

L’OPPOSIZIONE a sinistra e del Movimento 5 Stelle è polarizzata, al momento, sul ripristino dell’articolo 18, abolito dal Jobs Act, in caso di licenziamento illegittimo. Per M5S, Liberi e Uguali (LeU) e «Potere al popolo» significa «abolire il Jobs Act», parola d’ordine della loro campagna elettorale. È probabile che si voglia abolire il motore del precariato: la «riforma» Poletti. Un tentativo incongruo è stato fatto dalla sinistra Pd sotto Natale, diminuendo durata e numero dei rinnovi. Ma è stato respinto dal governo.

LIBERI E UGUALI (LeU) e Movimento Cinque Stelle sembrano avere trovato una convergenza su questo punto. Divergono su un altro: se estendere il famoso articolo sopra o sotto i 15 dipendenti. Di Maio (M5S) ritiene solo sopra perché le imprese con 15 addetti «sono a conduzione familiare o con imprenditori che sono anche dipendenti». Valutazione singolare perché si parla della maggioranza delle imprese italiane. LeU è allineato con la Cgil e ha provato a presentare una proposta di legge che interessa le imprese sotto i 15 dipendenti. Questa è anche la posizione di «Potere al popolo».

DUE PROPOSTE introducono temi nuovi nella campagna elettorale. Il Pd con Chiara Gribaudo e Tommaso Nannicini parla di «salario minimo legale» per chi non è coperto da contratto nazionale. M5S il «reddito di cittadinanza», in realtà un «reddito minimo» che sgrava le imprese dei costi della «formazione» affidata all’agenzia delle politiche attive del lavoro Anpal, la cosiddetta «seconda gamba» del Jobs Act. Una riforma «neoliberale» coerente con la cultura dominante del «workfare».

NEL PROGRAMMA di «Potere al popolo» si parla anche di “reddito minimo garantito”. Una formula simile la chiede Luca Casarini (Sinistra Italiana) in Liberi e Uguali, a seguito delle polemiche sul “reddito di dignità” proposto da Berlusconi, anche se l’espressione originaria adottata da Libera, Basic Income Network-Italia (Bin) e altre associazioni significava tutt’altro. In compenso ricorre spesso il programma della «riduzione dell’orario di lavoro». Per chi ce l’ha.

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO



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