Strage ad Azaz, hub islamista di Ankara

Strage ad Azaz, hub islamista di Ankara

Una densa colonna di fumo, corpi senza vita a terra, persone in fuga con i vestiti in fiamme: in una macelleria si è trasformato ieri il mercato della città di Azaz, provincia di Aleppo. Un camion-cisterna, pieno di esplosivo, è saltato in aria uccidendo almeno 63 persone e ferendone 150. Quasi tutti civili, dicevano ieri fonti mediche a caldo, e sei miliziani di opposizione.

Nessuna rivendicazione al momento, ma tutti ad Azaz puntano il dito contro Daesh: «Questo tipo di crimini viene commesso solo dallo Stato Islamico – ha detto Osama al-Mehri, avvocato presente sul luogo dell’attacco, all’Afp – Sono gli unici che colpiscono i civili e chi sta costruendo questo paese». Il riferimento, nella visione dell’avvocato, è ai gruppi presenti nella città di frontiera, non una comunità qualsiasi ma uno dei luoghi strategici della guerra interna ed esterna che si combatte in Siria.

Azaz è al pari di Aleppo modello in scala del conflitto. Occupata dall’Isis a metà del 2013, persa nel 2014, è da allora roccaforte delle milizie che con Ankara hanno un rapporto privilegiato: unità dell’Esercito Libero Siriano (le stesse che danno supporto armato all’avanzata delle truppe turche nel nord della Siria), gruppi turkmeni stipendiati e riforniti dal governo turco e il Fronte Islamico, federazione sunnita che ha stretto solide alleanze con l’Els (per buona parte della comunità internazionale “la faccia pulita” del fronte anti-Assad) amministrando la città e introducendo il comitato per la Shari’a.

È qui che, soprattutto nel corso dell’ultimo anno quando più brutale si è fatta la battaglia per Aleppo, 100mila civili siriani in fuga si sono affollati nella speranza di poter attraversare la frontiera ed entrare in Turchia. Con aiuti umanitari quasi inesistenti e il muro di proiettili issato dalla gendarmeria di Ankara, sono finiti sotto l’assedio di Daesh, che hanno mangiato terreno lungo la frontiera.

Perché Azaz, a soli 7 km dal valico di Oncupinar, porta verso la città turca di Kilis, è parte integrante del corridoio di terre, una sorta di no man’s land, che dallo scoppio della guerra ha fatto da ingresso privilegiato di armi e miliziani diretti verso Aleppo e la Siria settentrionale.

Ieri osservatori e attivisti descrivevano l’atroce attacco come azione dell’Isis diretta a riprendersi una città fondamentale al transito di uomini e armi verso il centro della Siria e l’est, nella “capitale” Raqqa, visti i raid che colpiscono al-Bab, sganciati dai jet turchi e ora anche da quelli russi (bombardamenti che, come riportano le Ypg kurde, non sembrano diretti ad indebolire un gruppo che ha svolto il compito desiderato da Erdogan quanto piuttosto ad allontanare la minaccia kurda e ripulire l’immagine di un paese che ha attivamente sostenuto gli islamisti).

Da qui sono passati decine di migliaia di uomini armati, foreign fighters e locali diretti ad ingrossare le file dello Stato Islamico, dei qaedisti dell’ex al-Nusra, delle milizie turkmene, di quelle dell’Els sotto gli occhi compiaciuti delle forze turche. Tutti con uno scopo comune, ma spesso taciuto da chi preferisce descrivere il fronte anti-Damasco come movimento di resistenza democratica: infiammare la battaglia di Aleppo e distruggere il progetto di unità – di Rojava.

Vicina all’estremo limite occidentale della regione kurdo-siriana, il cantone di Afrin, Azaz insieme a Jarabulus (occupata dall’esercito turco a settembre dopo il lancio dell’invasione terrestre ) è definita dal presidente Erdogan la linea rossa invalicabile dalle forze kurde e dal confederalismo democratico che dieci giorni fa si è auto-proclamato zona autonoma sotto il nome di regione della Siria del nord.

Un punto di passaggio strategico, dunque, per i piani regionali della Turchia: se fino a poche settimane fa, alla ripresa governativa di Aleppo e all’accordo di tregua con la Russia, Erdogan puntava apertamente alla destabilizzazione del vicino e alla creazione di una zona cuscinetto dove infilare i rifugiati e addestrare e organizzare i “ribelli”, oggi non cambia poi molto.

Costretto a riconoscere la sconfitta (la testa di Assad non è caduta), il presidente-sultano sa di poter ottenere molto dall’alleanza con Mosca: non solo demolire Rojava e i movimenti indipendentisti kurdi dall’Iraq al sud-est turco, ma vedersi affidata la gestione del corridoio di terre alla frontiera nell’ipotesi di una frammentazione amministrativa della Siria secondo linee confessionali e aree di influenza esterne.

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