«Tranello» in ospedale: strage

«Tranello» in ospedale: strage
 Ci sarebbe la mano del gruppo radicale Jamat-ul-Ahrar, dietro la strage all’Ospedale civico di Quetta, capoluogo della provincia del Beluchistan pachistano, dove ieri un attentatore suicida ha provocato almeno 69 morti e quasi cento feriti. L’attentato è particolarmente cruento. E secondo le prime ricostruzioni sembra attentamente pianificato.

Nelle prime ore del mattino, nell’ospedale di Quetta è stato trasferito il corpo di un noto avvocato locale, Bilal Anwar Kasi. Presidente dell’Associazione degli avvocati del Beluchistan, Kasi era stato ucciso poco prima da alcuni uomini in motocicletta, mentre si recava al lavoro. Sembrava uno dei tanti omicidi mirati agli esponenti della società civile, sotto la minaccia crescente dei movimenti islamisti radicali e delle forze paramilitari di Islamabad, alle quali vengono spesso attribuiti sequestri e soprusi. Ma si trattava di un tranello: quando il piazzale antistante il padiglione delle Emergenze dell’ospedale si è riempito di giornalisti e avvocati, accorsi per esprimere cordoglio per l’assassinio di Bilal Anwar Kasi e protestare contro l’inefficienza del governo centrale, un attentatore suicida si è fatto esplodere nella folla.

Uno dei video diffusi in rete a ridosso della strage sembra accreditare l’ipotesi che l’attentatore fosse un adolescente, ripreso mentre si aggira tra i drappelli di avvocati, prima dell’esplosione. Il bilancio è tragico: 69 morti accertati, e almeno 108 feriti, secondo quanto riferito dal ministro degli Interni e dell’Educazione Baleeghur Rehman all’Assemblea nazionale nelle prime ore del pomeriggio. Un bilancio comunque provvisorio, perché tra i feriti molti si trovano in condizioni critiche.

L’attentato è stato rivendicato da uno dei portavoce del Jamat-ul-Ahrar, un gruppo che ha gravitato a lungo nella galassia del Tehreek-e-Taliban (Ttp), i Talebani pachistani (che poco o nulla hanno a che fare con i cugini afghani). Attualmente i rapporti tra il Ttp e il movimento responsabile della strage di Quetta non sono chiari: nell’estate del 2014 il Jamat-ul-Ahrar si è scisso dalla casa madre. Il leader del gruppo scissionista, Omar Khalid Khorasani, è stato un pezzo da novanta dei Talebani pachistani. I primi disaccordi sono arrivati un paio di anni fa, quando il jihadista – un ex giornalista che ha poi deciso di imboccare la strada del terrorismo armato – ha accusato i suoi compagni di eccessivo pragmatismo. Dietro le polemiche di Khorasani in realtà c’erano, come spesso accade, questioni più prosaiche: ambiva alla leadership dei Talebani. Quando gli è stata negata, ha preferito dare vita al suo movimento. Dallo strappo, il Jamat-ul-Ahrar si è fatto riconoscere per l’efferatezza delle sue azioni di guerriglia, contro obiettivi civili e militari, a Peshawar, Quetta e altrove. L’attacco più clamoroso è quello del marzo scorso, quando a Lahore, nel giorno di Pasqua, è stato colpito un parco giochi affollato di famiglie: 70 morti. Una serie di attentati che ha fatto meritare al gruppo l’inclusione – avvenuta pochi giorni fa – nella lista dei terroristi globali del dipartimento di Stato Usa.

Dopo la strage di ieri di Quetta, è circolata l’ipotesi che dietro ci fosse la “provincia del Khorasan”, la branca dello Stato islamico lanciata nel gennaio 2015 a cui il Califfo ha delegato la gestione delle attività in un’area che dall’Iran passando per l’Asia centrale arriva fino in Pakistan e Myamnar. L’ipotesi sembra però contraddetta dalla rivendicazione ufficiale del Jamat-ul-Ahrar, anche se tra gli analisti c’è chi ritiene che il Califfo sia riuscito a portare dalla sua parte anche gli uomini del Jamat-ul-Ahrar.

La difficoltà di riconoscere affiliazioni reali, convergenze strategiche e differenze tra i diversi gruppi armati di matrice islamista che operano in Pakistan è indice di quanto complicata sia la situazione nel “paese dei puri”. Parte della responsabilità, denunciano da anni attivisti e avvocati, va attribuita all’establishment militare, che a lungo ha coltivato rapporti ambigui con i gruppi radicali per i propri interessi strategici, soprattutto in chiave anti-indiana. E proprio dall’establishment militare dopo la strage di Quetta sono partiti pesanti atti di accusa contro i servizi segreti indiani. Piuttosto che riconoscere i disastri creati dalla politica di sostegno ai barbuti islamisti, Islamabad preferisce incolpare l’odiato nemico, l’India.

A rimetterci, ancora una volta, è la società civile pachistana. Sotto scacco, soprattutto nel Beluchistan, dove è in corso da anni uno scontro fortissimo tra le autorità governative e i gruppi baluci che rivendicano maggiore autonomia e una più equa distribuzione delle ingenti risorse minerarie presenti nel sottosuolo. La provincia è infatti tra le più ricche del paese, ma agli abitanti non arrivano che le briciole. Gli avvocati in questi anni si sono fatti carico di raccogliere le denunce degli attivisti beluci, che imputano ai corpi paramilitari arresti arbitrari, torture e sparizioni forzate.

Gli avvocati ne hanno pagato spesso le conseguenze. E rischiano di pagarne altre, maggiori: Islamabad vuole a tutti i costi pacificare il Beluchistan: in ballo ci sono i miliardi di dollari promessi da Pechino per la realizzazione della rotta commerciale ed energetica che da Kashgar, nel Xinjiang cinese, conduce fino al porto sul mare arabico di Gwadar, nella turbolenta provincia del Beluchistan.

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