Ankara occupa Rojava: presi 10 villaggi

Ankara occupa Rojava: presi 10 villaggi

Il popolo di Rojava ha versato troppo sangue per arrendersi ora all’aggressione della Turchia che prova a chiuderlo in un assedio fisico: «Da tre giorni carri armati e bulldozer turchi entrano nel territorio di Kobane dal valico di Mursitpinar e portano avanti la costruzione di un muro – ci dice al telefono Idriss Nassan, ex portavoce del cantone di Kobane – Hanno già scavato un fosso e portato dentro blocchi di cemento».

«La gente protesta da tre giorni, dandosi il cambio al confine, 24 ore al giorno. Ma non riusciamo a fermarli: i bulldozer entrati oggi (ieri, ndr) sono protetti dai carri armati. È una violazione del nostro territorio». Sono tantissimi i residenti di Kobane nel corridoio di terra battuta che li divide dalla città kurdo-turca di Suruç: bandiere delle Ypg e del Kurdistan, donne e uomini, bambini che reggono i microfoni ai rappresentanti istituzionali di Rojava che si rivolgono alla folla.

L’obiettivo turco a Kobane è lo stesso che nel resto di Rojava: una barriera fisica che penetri in territorio siriano per 20 metri e tagli la continuità con il Bakur, il Kurdistan turco. «Il muro correrà lungo il confine – aggiunge Nassan – Stanno lavorando anche nel cantone di Afrin, a ovest, e in quello di Jazira, alla frontiera con l’Iraq, per dividere le città kurde in Turchia da quelle in Siria».

La gente lo sa: ieri in migliaia sono scesi in piazza a Til Temir, Zirgan e Dirbesiye, per protestare. L’aggressione monta di ora in ora, tra domenica e ieri l’artiglieria turca ha aperto il fuoco 61 volte.

Domenica è stato il giorno più duro, con 45 morti tra Jeb al Kussa e Amarna: «A Jeb al Kussa hanno compiuto un massacro – dice Nassan – Almeno 30 civili uccisi, con l’artiglieria, con i raid. La Turchia manda avanti l’Esercito Libero Siriano. Eppure le Ypg (le Unità di Difesa Popolari kurde, ndr) hanno annunciato il ritiro dal sud di Jarabulus, proprio per salvaguardare i civili. Non significa che ci arrenderemo: difenderemo la nostra gente e il nostro territorio».

Ankara non pare, infatti, intenzionata a fermarsi a Jarabulus: tramite l’Els ha preso 10 villaggi liberati dalle Ypg e prosegue l’avanzata. A questo – era chiaro da subito – serve l’operazione “anti-Isis” Scudo dell’Eufrate. Invece di inseguire gli islamisti in fuga da Jarabulus, Ankara si muove palesemente verso est, il cuore di Rojava.

Ora è a soli 15 km da Manbij, la città liberata dalle Forze Democratiche Siriane (Sdf) il 12 agosto dopo due anni e mezzo di occupazione Isis. La città a cui i media internazionali hanno dato ampio spazio, raccontando la liberazione con foto di giubilo di kurdi e kurde che cancellavano i simboli dell’oppressione, barbe lunghe e niqab. Ora l’Els (alleato occidentale, in teoria) lancia un ultimatum alle Ypg: fuori da Manbij entro domani o sarà invasa.

A dare quella che ritiene essere un’efficace copertura “legale” ad una vera e propria invasione ci ha provato ieri il ministro degli Esteri Cavusoglu: «Nei luoghi in cui arrivano le Ypg costringono tutti alla fuga. Compiono una pulizia etnica».

Ma la rinnovata aggressività turca spaventa anche gli Stati Uniti che dopo le riverenze ora chiedono ad Ankara di fermarsi. Era stato il vicepresidente Biden a inchinarsi mercoledì a Erdogan facendo mea culpa per i ritardi nella condanna del tentato golpe, nelle stesse ore in cui 5mila miliziani delle opposizioni siriane passavano il confine coperti dall’artiglieria turca e i jet Usa. Ma ieri Washington è stata costretta a intervenire per non perdere il solo vero alleato che ha nella lotta (quella vera) allo Stato Islamico, i kurdi di Rojava.

In un tweet il portavoce del Dipartimento della Difesa, Peter Cook, ha tolto a Scudo dell’Eufrate la copertura Usa: «Stiamo monitorando da vicino gli scontri a sud di Jarabulus, dove l’Isis non è più presente, tra forze armate turche, alcuni gruppi di opposizioni e unità affiliate alle Sdf. Riteniamo questi scontri inaccettabili. Non siamo coinvolti in queste attività, non sono state coordinate con noi e non le sosteniamo».

Immediata la reazione stizzita di Ankara: il vice premier Kurtumulus ha “invitato” la Casa Bianca a «mantenere la parola data», ovvero costringere le Ypg a ritirarsi a est dell’Eufrate. Come se questo potesse davvero fermare la furia turca.

E se gli Usa, al solito, si barcamenano per salvare capra e cavoli, Mosca resta colpevolmente silente sia di fronte alle azioni militari che alle dichiarazioni di guerra, quelle pronunciate domenica da Erdogan davanti ad una folla acclamante a Gaziantep, diversa da quella che lo ha accolto dopo il massacro al matrimonio kurdo dandogli dell’assassino. Damasco, da parte sua, ha di nuovo condannato «le ripetute violazioni e i massacri» cdella Turchia nel nord del paese.

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