Uno squarcio dalle zone off limits Così Erdogan bombarda i curdi

Uno squarcio dalle zone off limits Così Erdogan bombarda i curdi

Carri armati schierati alle entrate dei villaggi e sulle alture dominanti. Ogni tanto uno sparo, o un rombo più cupo, con rumori di macerie smosse e raffiche isolate. Ma a fare più impressione sono le voci umane, ovattate, lontane, brusii, eppure ben distinguibili: il grido di un bambino, acuti di donne, urla nel cielo. Era quello che si poteva osservare e udire già a fine dicembre scorso dalle regioni siriane controllate dalle milizie curde confinanti con la Turchia sud-orientale. «È un massacro. L’esercito turco impone il coprifuoco e poi attacca, ricorre alla forza bruta in modo indiscriminato, spara sui civili, uccide e non permette l’arrivo delle ambulanze, ci sono cadaveri nelle cantine», gridavano i pochi profughi che riuscivano a fuggire da Cizre, Nusaybin, Mardin, Ceylanpinar, ma anche dalla città di Batman e persino da Diyarbakir, più all’interno, considerata la «capitale» dei curdi in Turchia. Ieri le autorità turche hanno annunciato la fine delle operazioni anti terrorismo a Sirnak e Nusaybin.

Ogni venerdì pomeriggio i responsabili delle Ypg e Ypj, rispettivamente le formazioni armate maschili e femminili dei curdi siriani si coordinavano con i «fratelli e sorelle» del Pkk (l’organizzazione paramilitare dei curdi in Turchia accusata di terrorismo da Ankara e parte della comunità internazionale) per inscenare manifestazioni di protesta lungo il confine, proprio di fronte ai fili spinati e i campi minati. Ma poteva essere pericoloso. Capitava che i cecchini turchi girassero i fucili ad alta precisione e sparassero diretti nella folla, causando vittime.

Allora l’attenzione internazionale era però soprattutto concentrata sulla guerra contro Isis. La repressione turca contro la minoranza curda passava come l’ennesima ondata di violenze locali, l’ultima di una lunga serie. Oggi la situazione è diversa. Sono proprio le testimonianze di pochi coraggiosi come Faysal Sariyildiz, oltre ad attivisti locali per i diritti umani e uno sparuto gruppo di fotografi e giornalisti ad enfatizzare un quadro estremamente grave.

Recep Tayyip Erdogan ha scelto la guerra aperta contro i curdi. In pochi mesi il presidente sempre più sultano è tornato allo scontro frontale in risposta al terrorismo degli estremisti curdi, i quali a loro volta reagiscono con nuovi attentati, provocando una catena di violenze infinite. È il collasso della parentesi del dialogo: quello che dalla metà del 2012 al giugno dell’anno scorso aveva visto negoziati diretti addirittura tra Erdogan e Abdullah Ocalan, il leader indiscusso del Pkk chiuso nelle carceri turche dal 1999. Ormai quel cessate il fuoco è morto e sepolto. In Turchia si è tornati ai periodi peggiori della lunga guerra tra Stato e Pkk, che dal colpo di Stato militare nel 1980 a cinque anni fa aveva provocato più di 40.000 morti, la distruzione di almeno 3.000 tra villaggi e cittadine, oltre alla metodica persecuzione culturale e linguistica dell’identità curda.

Una minoranza controversa, in dubbio soprattutto dopo lo smantellamento dell’Impero Ottomano, la nascita dello Stato moderno nel 1923 e l’esaltazione del nazionalismo kemalista assolutamente determinato ad enfatizzare l’omogeneità del Paese contro ogni forza centrifuga. Risulta tabù persino il loro numero. Quanti sono? Oltre il 30% della popolazione, come sostengono loro; o meno del 10%, come dice il governo?

Il problema maggiore nel conoscere, approfondire e diffondere la dimensione della guerra anti curda è ora costituito dalla censura contro giornalisti, blogger e chiunque provi a recarsi sui posti. Erdogan è impegnato in prima persona. «Qui è peggio di Kobane», grida la gente di Cizre. Quasi 135.000 persone sotto coprifuoco duro da metà dicembre, come del resto lo sono gli abitanti di Diyarbakir e un numero enorme di nuclei urbani minori sparsi sino sulle montagne al confine con il Nord Iraq.

Ankara denuncia che centinaia di suoi soldati sono stati uccisi e proclama l’eliminazione di 600 «terroristi». I curdi parlano di forse 2.000 morti tra la loro gente. Ma verificare questi numeri resta estremamente difficile. Le zone sotto coprifuoco sono bloccate. I giornalisti locali vengono arrestati se provano a parlarne. Quelli stranieri vengono espulsi. Visti negati, uffici perquisiti e chiusi: per non avere guai molti tra la stampa estera in Turchia evitano di recarsi nelle zone difficili.

Sembra l’Iraq ai tempi di Saddam. Tanti tra i quasi 2.000 docenti turchi che pochi mesi fa hanno firmato un appello pubblico per porre fine alla repressione sono stati licenziati o restano sotto inchiesta. Diversi fotografi che hanno provato a raggiungere quelle regioni sono stati minacciati, gli apparecchi requisiti. Agli aeroporti gli agenti possono controllare persino computer e cellulari per verificare che non vi siano video o immagini «vietate». Pochi giorni fa una docente europea che insegna ad Ankara raccontava che le autorità chiedono «discrezione» e «autocensura». Chiunque tra gli stranieri parli pubblicamente della questione curda rischia il posto e non poter più lavorare nel Paese.

Lorenzo Cremonesi



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