Guerra all’Hdp, Erdogan toglie l’immunità parlamentare

Guerra all’Hdp, Erdogan toglie l’immunità parlamentare

Erdogan ha fatto bingo: in due giorni si è portato a casa un primo ministro obbediente e lo strumento per liberarsi dell’opposizione pro-kurda. Ieri è stata una giornata campale per la costituzione turca, “arricchita” di un emendamento che le strappa un altro pezzo di democrazia: il parlamento ha approvato con 376 voti a favore e 140 contrari la sospensione dell’immunità parlamentare per decine di deputati. Nove voti in più dei 367 necessari, che cancellano la possibilità di indire un referendum: il prossimo e ultimo passo è la ratifica del presidente, burattinaio dell’emendamento-capestro.

Quali deputati? Seppure siano 138 quelli a rischio (27 del partito di governo Akp, 51 del Partito Repubblicano, 9 di quello Nazionalista e un indipendente) con 682 inchieste aperte, le vere prede sono i 50 membri dell’Hdp, il Partito Democratico dei Popoli a cui il presidente Erdogan dà la caccia da anni. In passato ha agito brandendo la polizia come arma, con raid, perquisizioni, decine di migliaia di sostenitori sbattuti dietro le sbarre. Ma ora che l’Hdp è per la prima volta presente in parlamento il sultano sacrifica sull’altare dell’autoritarismo la costituzione nazionale.

Pochi minuti prima del voto, Erdogan stava già festeggiando. Dalla città di Rize, sul Mar Nero, ha dato voce alla sua personale soddisfazione per l’esito della votazione, tentando di renderla collettiva: «La mia gente non vuole vedere deputati criminali in parlamento».

Per l’Hdp si aprono le porte dell’inferno: i deputati su cui pesano fascicoli della magistratura sono accusati di fare da portavoci al movimento indipendentista del Pkk, etichettato da Ankara come organizzazione terroristica. Il suo leader, Selahattin Demirtas, si trova di fronte a 41 diverse inchieste: tradimento, tentativo di disgregare l’unità del paese, sostegno a organizzazione terroristica, reati per cui potrebbe scontare un minimo di 15 anni di prigione.

Le ricadute interne del voto di ieri sono potenzialmente distruttive. Da agosto è in corso una massiva e brutale campagna militare contro il sud-est kurdo che ha devastato intere città, ucciso quasi 400 civili e costretto alla fuga oltre 100mila persone. Di certo un simile emendamento non farà che intensificare le tensioni. Perché il messaggio che viene mandato ai kurdi turchi è chiaro: non siete considerati parte di questo Stato, la vostra integrazione non è una priorità. E i quasi 4 milioni di persone che hanno votato nel giugno 2015 l’Hdp e sostenuto il processo di pace con tra Ankara e Pkk si vedono strappare definitivamente le proprie aspirazioni democratiche e identitarie.

Non solo i kurdi, ma anche i tanti turchi che fin dalla sua fondazione sostengono il Partito Democratico dei Popoli, una coalizione di movimenti di base, ecologista, femminista, socialista, attenta ai diritti delle minoranze e a quelli della comunità Lgbt, capace di mettere in contatto i rivoluzionari kurdi con quelli urbani turchi, i movimenti del sud-est con Gezi Park.

Sospendendo l’immunità parlamentare, il messaggio che Erdogan manda alla popolazione kurda è lo stesso che invia al resto del paese quando sbatte in prigione giornalisti, artisti, attivisti. Quando spara sulla folla che manifesta a Istanbul contro il selvaggio neoliberismo inaugurato dall’Akp. Le conseguenze peggiori ricadranno, nell’immediato a sud-est, in un territorio già massacrato.

Lì la morsa la stringerà anche il nuovo primo ministro: dopo il licenziamento di Davutoglu, il presidente ha annunciato che domani il congresso dell’Akp darà il mandato di formare un nuovo governo all’attuale ministro dei Trasporti e le Comunicazioni, Binali Yildirim. «Immagino che Davutoglu presenterà le sue dimissioni lo stesso giorno – ha detto Erdogan – Voglio dare il mandato al nuovo primo ministro la notte stessa». E, aggiunge, il nuovo esecutivo sarà nominato al massimo entro il 24 maggio.

Erdogan spiana così la strada alle riforme costituzionali (ovvero il sistema presidenziale) a cui punta da tempo, prima ritardate dalle elezioni di giugno che non gli hanno regalato la maggioranza e poi – ottenuta quella relativa con il voto di novembre – dall’ostruzionismo del premier Davutoglu, il suo ex delfino. Da lui il presidente si aspettava carta bianca e non l’ha avuta. A Yildirim spetterà questo ruolo, ratificare la volontà del sultano.

Conservatore, tra i fondatori dell’Akp, dagli anni ’90 quando era direttore della Compagnia Ferroviaria di Istanbul lavora al fianco del leader, all’epoca sindaco della città. È ministro dei Trasporti da 13 anni e ha seguito i progetti infrastrutturali voluti da Erdogan, a partire dal nuovo ponte sul Bosforo. Nel 2013 è stato coinvolto nello scandalo di corruzione insieme a decine di funzionari e politici dell’Akp e di membri della famiglia Erdogan. Insomma, un alleato fedele.



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