Obama in Arabia E il re non lo accoglie in aeroporto a Riad

Obama in Arabia E il re non lo accoglie in aeroporto a Riad

WASHINGTON Una visita difficile per Obama in Arabia Saudita, con pochi salamelecchi. Il presidente al suo arrivo non è stato accolto dal re ma dal governatore di Riad, Feisal. Ben altro trattamento, anche mediatico, quello riservato ai dignitari del Golfo Persico atterrati poco prima. Poi il numero uno americano ha raggiunto Palazzo Erga dove lo attendeva il sovrano. Qualche passo fino a sedersi davanti all’immancabile composizione floreale, un addobbo che talvolta serve a nascondere lo schermo dove il monarca legge quello che deve dire. E di cose da dirsi i due interlocutori ne avevano, a patto che gli altri non sentissero.

La missione del presidente arriva nel momento più basso nelle relazioni bilaterali. Obama non ha mai nascosto il suo scetticismo (o diffidenza) verso il regime. Nel 2002, prima ancora di entrare alla Casa Bianca, aveva definito sauditi — ed egiziani — i «cosiddetti alleati», attaccandoli per la repressione interna. Di recente, ha replicato al premier australiano che gli chiedeva se i sauditi non fossero amici, con un «è complicato». Valutazioni negative legate da un giudizio di fondo e dalla differente agenda, con alcuni punti critici: l’Iran, la guerra in Siria, l’Isis.

L’amministrazione Usa vuole convincere Riad sulla necessità di dialogo con Teheran e l’importanza dell’accordo. Posizione opposta a quella degli interlocutori, per i quali gli ayatollah sono nemici. Dunque l’apertura di credito statunitense, i contatti e l’intesa sono stati giudicati un tradimento. Valutazione critica della strategia resa ancora più dura dalla frustrazione verso il personaggio Obama sul quale hanno lasciato trapelare dissenso.

L’altra grande delusione è stato l’approccio morbido americano nei confronti di Assad. I regimi sunniti pro insorti avrebbero voluto un’azione decisa — anche militare, dopo l’uso dei gas —, così come forniture di armi più sofisticate, a cominciare dai missili anti-aerei. Sistemi sui quali fino ad oggi gli Stati Uniti hanno posto il veto, lasciando però aperta la possibilità nel caso la Russia dovesse riprendere l’offensiva in grande stile contro gli avversari di Damasco. Per l’intelligence Mosca ha spostato l’artiglieria nella zona a nord di Aleppo.

Ulteriore grana i sospetti sul coinvolgimento di Riad negli attentati dell’11 settembre. Obama si oppone alla legge che permetterebbe a cittadini americani di portare in tribunale sauditi in casi legati alla strage del 2001. Un no bilanciato dal mezzo sì alla diffusione delle famose 28 pagine del rapporto sugli attentati, documenti dove emergerebbero le collusioni tra alcuni kamikaze e figure del regno che minaccia, a sua volta, rappresaglie economiche. Per par condicio la Corte Suprema statunitense ha dato ragione ai familiari dei 241 marines uccisi nel massacro del 1983 a Beirut, azione attribuita all’Hezbollah pro-Iran: saranno risarciti con i fondi iraniani congelati in conti americani.

Storie lontane che diventano vicine perché si intrecciano con la crisi siriana e il contrasto dello Stato Islamico. Gli Usa ritengono che i partner sunniti non siano troppo determinati, lo hanno detto e ridetto. Invece per Salman il Califfo non è una priorità e in qualche modo è anche uno strumento per contenere gli sciiti filo-iraniani. Obama, invece, vuole rilanciare l’offensiva contro i jihadisti, ha annunciato un rafforzamento del dispositivo bellico e vuole che i membri della coalizione seguano l’esempio.

Il presidente, che è accompagnato nel viaggio dal direttore della Cia, John Brennan, e dal capo del Pentagono Carter, è convinto che i governi arabi del Consiglio del Golfo debbano «fare di più anche sul piano politico» contro l’Isis. Ossia devono partecipare sul serio alla missione e, nel contempo, adottare una politica che non accentui il settarismo. Il problema è che di mezzo c’è lo scontro con Teheran. Da qui l’idea, condivisa da molti analisti, che i petro-monarchi aspettino il futuro leader della Casa Bianca.

Guido Olimpio



Related Articles

La colletta delle ferie per poterla curare “Così i colleghi mi hanno salvata”

Pisa, l’autista aveva esaurito i giorni di malattia “Meravigliosi, rischiavo di perdere il lavoro”

Sudan, aspettando il referendum


Paralisi politica, strani spostamenti di popolazione e ritardi nei preparativi: così il gigante africano si avvicina al suo D-Day

Il conto alla rovescia è già  cominciato. Tra meno di cinque mesi il Sudan saprà  se sarà  riuscito a voltare pagina o se invece rischierà  di riprecipitare negli abissi di una guerra civile che ha lacerato il Paese per oltre quarant’anni. Se lo chiedono i sudanesi, soprattutto quelli del Sud, visto che il referendum del 9 gennaio verterà  proprio sull’indipendenza della parte meridionale di quello che è il più grande stato africano, attualmente beneficiaria di una larga autonomia ottenuta con gli accordi di Nairobi, che sempre il 9 gennaio, ma del 2005, misero fine alla violenza. Proprio allora si decise di sottoporre a referendum l’opzione indipendentista.

IL SONDAGGIO CHE CI ACCUSA: SIAMO I PIÙ RAZZISTI D’EUROPA

Indagine dell’istituto americano Pew: Italia in testa con la Polonia per antisemitismo e ostilità verso gli islamici e i nomadi

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment