A scuola di laicità

A scuola di laicità

PARIGI Quando deve spiegare ai suoi alunni cosa significa il termine “laïcité”, Anne Doustaly procede al contrario. «Non è una guerra dello Stato contro la religione, non è una forma di discriminazione dei credenti». L’insegnante di storia e geografia comincia con togliere benzina dal fuoco: il tema è ormai incandescente.

È martedì nel liceo Charlemagne, quartiere Marais. Al secondo piano, si fa lezione di laicità. La legge che stabilisce la separazione tra Stato e Chiesa risale a più di un secolo fa ma il dibattito è tornato acceso sui banchi di scuola. «Per molti ragazzi è un concetto ancora vago, spesso male interpretato. Mi stupisco di quanto sia necessario fare pedagogia su questo principio della République», racconta Doustaly.

Il corso di “educazione morale e civica” è stato varato dal governo socialista dopo gli attentati di Charlie Hebdo: un’ora a settimana dalla prima elementare fino al Baccalauréat. Anche se il programma dell’insegnamento è ampio – va dallo studio della Costituzione alla lotta contro il bullismo e le dipendenze – il governo ha chiesto di concentrare le lezioni sulla secolarizzazione, le ragioni storiche e le conseguenze nella società di oggi in un momento in cui c’è un forte ritorno della religione, non solo per via dell’estremismo islamico.

Secondo un sondaggio realizzato su un campione di alunni delle medie solo il 38,8 per cento dei giovani è ateo, mentre la maggioranza si definisce credente: 30,4 per cento cattolici, 25,5 musulmani, 1,7 protestanti e l’1,6 ebrei. Dal 2004, quando è stata approvata la legge per bandire il velo e altri simboli religiosi negli istituti, gli insegnanti si ritrovano sempre più spesso di fronte all’ostilità di alcuni alunni. La ministra dell’Istruzione Najat Vallaud-Belkacem ha annunciato che nell’ultimo anno sono stati segnalati 150 incidenti legati al principio di laicità, in aumento del 10 per cento. Certo rimane una proporzione minima rispetto ai 12 milioni di alunni, ma è pur sempre una tendenza nuova con cui il governo deve fare i conti.

Gli episodi più famosi sono stati i ragazzi che non hanno voluto osservare il minuto di silenzio nel giorno di lutto nazionale dopo gli attentati di gennaio. Gli stessi giovani che hanno detto con orgoglio sui social network “ Je ne suis pas Charlie”, prendendo le distanze da una satira che non ha paura di essere blasfema.

Il liceo Charlemagne è nel cuore di Parigi e le tensioni sono minori che in alcune scuole di banlieue. Ma l’insegnante di storia ha aspettato lo stesso quindici giorni prima di fare un dibattito in classe sugli attacchi terroristici, una prudenza ripetuta anche dopo il 13 novembre. «Ho preferito lasciar decantare l’emozione». Per aprire la discussione, ha mostrato una vignetta di Plantu su Le Monde, poi dei ritagli di giornale. Anche Stephane Nissant, insegnante di storia e geografia alle medie, ha usato i quotidiani per suscitare il dibattito tra i ragazzi. La confusione tra religione, fanatismo e “neutralità” dello Stato è grande. «Il nostro ruolo – spiega Nissant – è dare ai giovani degli strumenti critici rispetto a quello che sentono e vedono». Mai come nel 2015 la laicità è stata criticata, strumentalizzata soprattutto all’estero, anche in Occidente, segno che si tratta di un concetto ancora molto francese. «Gli inglesi non hanno neppure la traduzione esatta del termine, esiste solo secolarizzazione » osserva Nissant.

Il problema di slegare l’identità dalla religione è un punto sensibile per gli adolescenti, continua l’insegnante. «Non è un compito facile» riconosce il professore anche se non vuole credere alle profezie dello scrittore Michel Houellebecq secondo cui la “laicità è morta” perché meno seducente e di facile consumo di un’idea sacra. «A noi spetta tenere questo principio repubblicano vivo» continua Nissant.

Sui banchi sono posati i manuali del corso che cominciano dalla Carta della laicità. Da due anni insegnanti e genitori devono sottoscrivere questo elenco di principi che garantiscono l’adesione a uno dei valori fondamentali della République. «È il modo di garantire l’eguaglianza e a libertà di espressione » dice un paragrafo della Carta. «Allora perché si può scherzare su Maometto e non sugli ebrei?» ribatte Mohammed facendo riferimento alle battute antisemite del comico Dieudonné. Anziché fornire subito una spiegazione, l’insegnante chiede agli altri alunni di rispondere. Camille prende la parola: «Sì, è così: i musulmani sono meno rispettati degli altri».

«Non è vero – ribatte Matthieu – Charlie Hebdo fa delle vignette anche sul Papa». L’insegnante lascia i ragazzi parlare senza dare la sua posizione. «Non è il mio ruolo e comunque è meglio lasciare una conclusione aperta in cui ognuno possa farsi la sua opinione».

La Storia spesso aiuta a capire. Non a caso sono gli insegnanti che hanno il compito di tramandare la memoria a dover condurre anche le lezioni di laicità, approdo della democrazia francese dopo secoli di guerre e conflitti. «La religione non è assolutamente tabù in classe » precisa Doustaly che insegna le date chiave della nascita del giudaismo, dell’Islam, la Riforma protestante.

Qualche settimana fa ha mostrato vecchi libri illustrati della vita del Profeta in cui c’erano disegni, a dimostrazione che non sempre è stato vietato fare ritratti di Maometto. Gli eventi a cavallo della Rivoluzione del 1789 e poi dell’approvazione francese della legge sulla laicità nel 1905 sono un riferimento storico che può permettere di capire cosa stia succedendo nel nostro tormentato presente. «Alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, molti cattolici francesi si sentivano aggrediti, discriminati dallo Stato» ricorda Doustaly. La République allora era alle prese con la comunità cattolica. Ci furono scontri, conflitti e anni di tensione, eccessi da una parte e dall’altra. «Ora è una parte dei musulmani a trovarsi in questa situazione. È una fase di adattamento normale» osserva Doustaly. E per cercare di dare la migliore definizione possibile c’è l’aiuto dell’etimologia. Laicità viene dal greco, significa: «Popolo unito intorno a valori condivisi».

 



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