Rapimento di Giulio Regeni, al Cairo c’è un supertestimone

Rapimento di Giulio Regeni, al Cairo c’è un supertestimone
IL CAIRO C’e’ un supertestimone nel giallo della morte di Giulio Regeni. E ieri, in una palazzina bassa con affaccio sul Nilo, ha parlato con gli investigatori italiani di quella sera che lo ha visto «prelevare» da poliziotti in borghese alla fermata della metropolitana, a tre minuti da casa sua. La voce che ci fosse un testimone oculare dell’agguato, un ambulante che aveva raccontato tutto a una giornalista americana, era circolata ed era stata riportata dal Corriere . Ma ieri gli investigatori hanno ascoltato una versione con dettagli concreti sui personaggi e sugli eventi concatenati che fanno in modo di farli riconoscere con certezza. E, se confermata, darebbe una svolta all’inchiesta.
Non quadra infatti la versione ufficiale, del semplice crimine. La prima, quella dell’incidente stradale quadrava ancor meno. E fa effetto la notizia che a fornirla ai media era stato proprio il capo della squadra investigativa incaricata di trovare gli assassini del ricercatore: Khaled Shalaby, il poliziotto condannato nel 2003 per aver interrogato una persona con torture tali da portarle alla morte.
E quadra ancor meno la pista fornita dal governo egiziano, di un omicidio senza connotazioni politiche, dopo la frenetica attività di accertamenti che ieri ha fatto rimbalzare tra il Cairo e Roma interrogativi inquietanti. Chi spiava Giulio? Chi lo fotografava di nascosto? Chi lo aveva ritenuto pericoloso al punto di farlo «attenzionare»? E cosa voleva, o voleva sapere, chi lo ha torturato fino alla morte?
Per capirlo sono stati sentiti personaggi di questa vicenda, che assomiglia sempre più a una brutale spy story. Tutti tranne uno: Hassamein Kashek, un anziano professore ritenuto l’ideologo carismatico della dissidenza al regime di Al Sisi. E’ lui che Giulio doveva andare a trovare quella sera assieme all’amico Gennaro Gervasio, ascoltato ieri a Roma. Un personaggio cui non avevano accesso in molti.
Un professore egiziano, considerato un personaggio molto ascoltato negli ambienti della resistenza ad Al Sisi.
Ascoltati, sempre a Roma, anche tre ricercatori della stessa università americana dove Giulio svolgeva le sue ricerche sui sindacati degli ambulanti, quelli capaci in Egitto di mobilitare milioni di persone in piazza, i più temuti dalla paranoia di regime del possibile complotto. Loro hanno parlato di quella riunione ristretta dell’11 dicembre, in cui Giulio, straniero, dall’ottima conoscenza dell’inglese e dell’arabo, e stimato in quell’ambiente di difesa dei diritti umani venne notato e fotografato. Quella circostanza lo aveva scosso, anche se, dopo il rientro al Cairo successivo alle vacanze natalizie, hanno detto, sembrava meno preoccupato.
Ascoltato persino il tassista egiziano che nella versione ufficiale avrebbe ritrovato il corpo casualmente, perché il minivan si era fermato in panne proprio accanto al ghiaione oltre il guardrail di cemento alto un metro del cavalcavia della Desert road per Giza, a poca distanza dalla prigione dei dissidenti politici.
Intanto si rilegge in controluce il suo articolo scritto su quella assemblea dell’11 dicembre. Nulla che potesse, da solo, bastare a scatenare ritorsioni pesanti. E non sfugge agli investigatori anche un elemento importante. La giornata in cui è sparito Giulio era il 25 gennaio, giornata in cui è imposto il coprifuoco, con una legge ad hoc che prevede non solo il divieto di manifestare, ma persino, se si è nelle vicinanze della piazza dove lui e Gennaro avevano l’appuntamento, di parlare in più di tre. Giornata nella quale, drammaticamente, gli abitanti del Cairo si sono abituati a rastrellamenti e arresti. Quindi, paradossalmente, perfetta per catturare qualcuno senza dare troppo nell’occhio. Intanto il feretro è arrivato a Fiumicello. E oggi i suoi familiari sperano di poterlo piangere finalmente a riflettori spenti.
Virginia Piccolillo


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