Yellen: non ci sarà un’altra recessione

Yellen: non ci sarà un’altra recessione
NEW YORK Il numero è 0,25. L’aggettivo chiave, «graduale». La Federal Reserve ha aumentato ieri di un quarto di punto percentuale il tasso di interesse base negli Stati Uniti. È una decisione che apre una nuova fase nell’economia americana e, di riflesso, in quella mondiale. Non sono in vista sconvolgimenti, però, o cambiamenti traumatici. Il sentiero tracciato è quello di una manovra a vista, «gradual» appunto. Gli esperti, o meglio, gli entomologi della Fed hanno sezionato il significato di questo termine, confrontandolo con l’espressione «measured pace», con «ritmo regolare», usata nel luglio 2007 dall’allora presidente della Fed, Alan Greenspan per fissare l’obiettivo di rialzo a breve termine del tasso.
All’epoca gli Stati Uniti stavano entrando nella più grande crisi del dopoguerra. Ora, ed è questo il senso storico e politico della decisione di ieri, pensano finalmente di esserne usciti, come ha detto la presidente della Fed, Janet Yellen. Ma i rischi, le incognite rimangono. Il tasso di interesse è rimasto bloccato nella fascia tra lo 0 e lo 0,25% dalla fine del 2008. Adesso sale di un gradino, tra lo 0,25-0,50%.
Le Borse e il dollaro quasi non reagiscono a una notizia ormai scontata. «Andrà via liscia», dice la leader della Banca centrale americana, presentandosi alla stampa mezz’ora dopo l’annuncio. «Abbiamo portato il tasso a un livello appropriato, chiudendo un periodo anomalo prolungato e riconoscendo i progressi compiuti dall’economia negli ultimi mesi. Non ci sarà un’altra recessione. Nonostante questo la nostra politica monetaria resta accomodante. Non va esagerata la portata di questo rialzo: si tratta solo dello 0,25%». La ripresa c’è, segnalano le cifre. Il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 5%, il livello stabilito come obiettivo dalla Fed. Restano vive, invece, le preoccupazioni legate all’inflazione. «Abbiamo deciso di agire ora perché si sono verificate le pre-condizioni che avevamo fissato: numero dei disoccupati e livello dei prezzi. Registriamo ulteriori progressi nel mercato del lavoro e nutriamo una ragionevole fiducia che l’inflazione tornerà verso il 2%, il nostro target nel medio termine. È vero ora siamo lontani. Ma crediamo che questo livello sia condizionato da fattori transitori, come la sorprendente caduta del prezzo del petrolio e il rafforzamento del dollaro».
Fiducia, dunque, non euforia. Per quest’anno la previsione sulla crescita resta invariata al 2,1%. La Fed rivede solo di un decimale il progresso del prodotto interno americano nel 2016: dal 2,3% al 2,4%. In parallelo la curva dell’inflazione sale molto lentamente nel grafico delle previsioni: dallo 0,2% attuale all’1,6% a fine 2016 e al 2% solo al termine del 2018.
Da qui la grande prudenza, l’approccio circospetto di Janet Yellen. Le previsioni suggeriscono che il tasso di interesse potrebbe salire fino all’1,35% alla fine del 2016, attraverso quattro interventi e al 2,62% nel 2018. Ma questo percorso non è affatto scontato: la Yellen lo ha ripetuto più volte. «Gradual», appunto, che «significa – spiega Yellen – che non ci sarà nulla di meccanico, di predefinito nella nostra azione futura. Valuteremo volta per volta». Conterà anche l’impatto sull’economia mondiale. La presidente della Fed osserva che «persistono rischi globali», in particolare legati alla Cina e ai Paesi emergenti.
Oltre alla Fed, si muove anche il Congresso americano. Ieri è stato approvato il bilancio del governo che abolisce, dopo quarant’anni, il divieto di esportazione del petrolio. Un provvedimento che, si spera a Washington, potrebbe favorire la «stabilizzazione del greggio» attesa da Janet Yellen prima di rimettere mano alla leva dei tassi.
Giuseppe Sarcina


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