Erdogan ordina il blitz anti-media “Sangue su di noi,è come un golpe”

by redazione | 29 Ottobre 2015 9:30

ISTANBUL . Una tessera da giornalista insanguinata. Sotto questa macchia, un simbolo oggi, causata dal blitz della polizia su un gruppo editoriale ostile al Presidente Tayyip Erdogan, la Turchia domenica va nuovamente a votare. Ripetendo le elezioni di giugno, che non sono riuscite a portare alla formazione di un governo condiviso.
All’alba, in tenuta antisommossa, sparando con i cannoni ad acqua e lanciando gas lacrimogeni, gli agenti hanno fatto evacuare i dipendenti della sede del gruppo Koza-Ipek a Istanbul, per far entrare gli amministratori nominati dal tribunale e sostituire la gestione attuale, accusata di legami con la rete ‘illegale’ dell’imam Fethullah Gulen, ex alleato divenuto il nemico numero uno di Erdogan. I giornalisti si sono opposti. E nella notte un gruppo di una ventina di loro è rimasto asserragliato nell’edificio, tentando in ogni modo di far uscire il giornale di questa mattina. Impresa che pare impossibile. Ma le 28 pagine del giornale Bugun appariranno comunque domani sull’account Twitter del quotidiano. Dopo i durissimi scontri, alla fine, sul selciato, è stata raccolta la carta stampa, macchiata di sangue, del reporter di inchiesta Mustafa Kilic, del quotidiano Millet , uno dei media sotto accusa assieme al giornale Bugun e alle tv Bugun tv e Kanalturk. “Ci hanno picchiati”, dice uno dei reporter. C’è un golpe contro i media. I golpe non avvengono solo con i tank, commenta Abdulhamit Bilici, direttore di Zaman.
Gli agenti, una volta dentro l’edificio, hanno staccato i cavi per interrompere le trasmissioni delle due tv. E nel pomeriggio il direttore di Bugun Tv , Tarik Toros, è stato portato fuori dagli ufficiali di polizia, annunciando ai media presenti fuori dal palazzo di essere stato destituito dal suo ruolo: «Sono profondamente rammaricato di non essere riuscito a garantire le trasmissioni. Spero che riprenderemo presto da dove abbiamo sospeso, abbiamo ancora molto da dire».
L’irruzione è avvenuta all’indomani della decisione del governo di mettere il gruppo Koza- Ipek, critico nei confronti del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, fondato da Erdogan e al potere dal 2002, in amministrazione controllata. La holding è accusata dal leader turco di “manovrare la propaganda” antigovernativa per conto di Gulen, residente da molti anni in Pennsylvania, e acerrimo oppositore del Presidente dopo esserne stato alleato per i primi anni. Ma dal 2007, dopo che l’alleanza aveva portato all’esclusione dei militari come forza di influenza del Paese, le posizioni fra i due si sono divise e Gulen è divenuto è diventato per Erdogan il nuovo nemico da abbattere.
In questo clima la Turchia va alle urne fra quattro giorni. Con un ennesimo, allarmante attacco alla libertà di stampa. L’opposizione sia socialdemocratica sia del partito curdo sostiene che il blitz altro non è se non una vendetta di natura politica. Gulen, in esilio volontario negli Stati Uniti da molti anni, è a capo di un impero formato da una fitta rete di società, ong, scuole sparse in tutto il mondo, media e istituti finanziari, che negli ultimi due anni sono finiti nel mirino del governo.
Ieri le autorità hanno poi lanciato un sito web che contiene gli elenchi dei “terroristi” più ricercati dalla polizia. Ma l’idiosincrasia di Erdogan nei confronti del partito curdo, il cui buon risultato a giugno ha impedito il suo disegno di arrivare a una Repubblica presidenziale, ha fatto sì che le liste siano in maggior parte composte da ribelli curdi del Pkk, più che di jihadisti del Califfato islamico. Gli “wanted” sono distribuiti in cinque elenchi secondo il livello di pericolosità: da quello rosso (pericolo massimo) al grigio. In mezzo ci sono gli elenchi blu, verde e arancione. Un esempio? Solo due presunti membri del sedicente Stato Islamico sono nell’elenco rosso. La maggior parte dei suoi militanti, anche quelli ricercati dopo la strage del 10 ottobre alla stazione di Ankara (102 morti), compare nell’elenco blu.

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