Cortei di auto al confine per trasportare i profughi “Orbán ci può arrestare ma aiutarli è un dovere”

Cortei di auto al confine per trasportare i profughi “Orbán ci può arrestare ma aiutarli è un dovere”
HEGYESHALOM (FRONTIERA AU-STROUNGARICA). «So che rischiamo di essere arrestati dalla polizia di Orbán come se fossimo trafficanti di clandestini, ma non mi importa nulla: dieci bambini sono stati ricoverati nella notte, dopo ore a piedi da Budapest al nostro confine. Non hanno cibo né medicine né abiti puliti a sufficienza, per quanto facciano i nostri militari e la nostra Croce rossa. E allora quanto poco vale il mio rischio di poche ore in galera a fronte del rischio della vita di quei bimbi e di loro tutti?».
Kurto Frantz, uno dei capi delle ong austriache nate online in poche ore sui social forum, non ha dubbi. E allora al diavolo lavoro o impegni di tempo libero per il weekend, la carovana è partita. Agli stadi di Vienna, e alla mitica ruota del Prater, si sono dati appuntamento poco dopo le 11, e dopo ore di viaggio sono arrivati fin qui. Ne hanno caricati a centinaia. Addio alla terra ostile di Orbán, addio alle sue prediche sulla «Europa pura, bianca e cristiana »: con viaggi a catena, su vecchie Golf arrugginite, grossi camper e minibus o lussuose Bmw a dodici cilindri, sono corsi in convoglio a portarne tanti in salvo. Fino a Vienna, o fino alla prima stazione da dove partono i treni veloci per la Germania dalle braccia aperte. E prima che l’Austria, come ha fatto sapere il governo, riprenda a chiudere gradualmente le frontiere.
È tornato un po’ di sole a Hegyeshalom, dopo pioggia e vento che l’altro ieri rendevano ancor più fangosi e duri a percorrere quegli ultimi metri verso la libertà. I poliziotti ungheresi non si fanno vedere, stanno comodi nelle loro garitte. Pochi metri a ovest del nuovo muro caduto, crocerossine, infermieri e soldati austriaci sono ancora là, iperattivi, con overdose di caffè da cucina da campo e qualche sigaretta di troppo si tengono svegli da giorni. «Non sappiamo se siamo autorizzati dalle leggi a farlo o no, ma i volontari delle carovane li facciamo passare, qui ne va di vite che possono ancora essere salvate», dice un ufficiale della polizia stringendosi nella sua uniforme blu scura per affrontare improvvise folate di vento.
«Ho preso congedo per motivi familiari», spiega Heinz, un giovane banchiere. «Per fortuna avevo ancora vacanze», aggiunge Karl, operaio all’aeroporto. L’Austria Felix dove i nazionalpopulisti xenofobi volano nei sondaggi si scopre improvvisamente diversa, solidale, generosa: «Quasi 300 auto già impegnate nell’operazione, sono in marcia verso Hegyeshalom e Gyoer, altri minivan suv e grosse limousine in arrivo dalla Germania », dicono su Facebook i bollettini di guerra dei volontari. «Chi ha sedili per bambini li porti a bordo, possono servire, se potete portate anche aspirina, altri analgesici, e abiti caldi », chiede online a tutti la brava Erzsébet Szabò, giovane ungherese di talento che dopo la svolta del 2010 ha detto addio alla patria pallida madre e vive a Vienna. È a fianco delle ong anche lei. Racconta: «Alcuni dei nostri volontari hanno raccolto spontaneamente profughi incontrati ancora in marcia a piedi ai margini dell’autostrada o della ferrovia».
Weekend di fuga in massa verso la libertà, almeno 14mila sono già passati, quasi tutti sono già in Germania, decine di treni speciali e bus delle ferrovie austriache e tedesche danno il cambio alle carovane d’auto dei volontari, dalle stazioni di Vienna fino a Salisburgo. «Siamo in contatto costante coi volontari delle carovane d’auto, con cellulari e e-mail, ci adattiamo alle loro informazioni per calcolare quanti altri treni speciali per la Germania organizzeremo nelle prossime ore», dicono alla Oebb, le ferrovie della Repubblica alpina.
Mani tese ovunque, giocattoli coperte e caramelle per quei bimbi che fino all’altro ieri, nei sotterranei della stazione Keleti di Budapest, temevano persino d’incontrare neonazisti in giacca nera con le rune cercando una toilette. ”Happy end”, è scritto su molte T-shirt che i guidatori del rally della carovana della salvezza si sono fatti stampare in fretta in qualche copy- center. Brigitte Pirker, un’altra leader della carovana, ha caricato il suo Suv con matite, quaderni, pennarelli e giocattoli: «Così nel lungo viaggio fino alla Germania che hanno ancora di fronte potranno passare meglio il tempo, riprendersi da stress che come traumi infantili poi ti restano nell’animo per una vita». E poi aggiunge: «Importantissimo portare loro vestiti nuovi, le crocerossine austriache hanno ordinato ai migranti di lasciare al confine abiti e coperte vecchi e sporchi, e subito gruppi ungheresi filo-Orbán diffamano migranti e crocerossine come insudiciatori della Patria». “Thank You Austria”, gridano tanti siriani, afgani e dannati della terra d’ovunque altrove, ispirati da uno di loro, il siriano Majed Trabisi, salendo sulle vecchie Golf e le grandi 12 cilindri della carovana interclassista dei samaritani del Danubio. Poi arrivano alla stazione di Vienna, un altro europeo dal volto umano li aiuta: Ahmed Merabet, collega della tv austriaca, ex siriano, ha chiesto giorni liberi subito concessi per spiegare, tradurre, guidare i disperati verso il treno giusto per la Germania. E a ogni sosta della carovana delle 300 auto in questa o quella stazione, la gente della strada viene loro incontro, e stringe nelle mani dei migranti qualche banconota, poche o tante ma è segno d’aiuto e affetto.
La tragedia continua, potrebbe ancora riprendere una brutta piega: a Berlino Angela Merkel affronta dura e decisa i no della Csu (il partito fratello bavarese arciconservatore e filo- Orbán) che grida contro «l’assurda decisione di lasciarli entrare ». A Dortmund i neonazisti scendono in piazza, attaccano la polizia, gli agenti rispondono e ne arrestano quattro, ma nello scontro incassano feriti gravi.
L’esodo continua, i rischi dei samaritani al volante crescono. In Ungheria chi soccorre i migranti rischia ora fino a 5 anni, «state attenti» scrive Erzsébet sul social forum. Quattro volontari viennesi sono stati già fermati dalla polizia di Orbàn, denunciati per “traffico illegale di clandestini”, poi rilasciati. Ma presto la vendetta rabbiosa del regime sconfitto dal crollo del suo Muro potrebbe trovare nuove vie più crudeli. Oggi vincono le carovane dei volontari e la Germania merkeliana delle braccia aperte, lo scontro tra due idee d’Europa continua.


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