Bandiera azzurra e foto della Merkel tra i profughi a piedi via da Budapest

Bandiera azzurra e foto della Merkel tra i profughi a piedi via da Budapest
BUDAPEST. «Non ci vogliono qui? Non ci vogliono lasciar arrivare in Germania in treno? E allora addio Ungheria, ce ne andiamo a piedi. Addio stazione est, ci mettiamo in marcia fino al confine austriaco, fino alla Germania terra promessa ». Sotto il sole di fine estate di Budapest, a Baross tér, la piazza della monumentale stazione, il passaparola dei dannati della terra diventa slogan in tante lingue, dall’arabo con accento siriano al dari e al pashtu. E allora tutti loro, i profughi, eccoli riscoprire la dignità: in piedi, e in marcia, sventolando le bandiere dell’Unione europea e ancor più numerosi come simboli, tante foto di Angela Merkel.
La marcia «la scegliamo come ultima speranza» mormora sorridente una giovane afgana dai tratti quasi tibetani. È cominciata ieri mattina, hanno traversato il maestoso centro di Budapest a centinaia, donne velate con carrozzine o bimbi in braccio, anziani, giovani. E adesso hanno anche il loro primo morto: un cinquantenne afgano, scappato con altri due o trecento dal campo di raccolta di Bicske, scivolato sui binari mentre sfuggiva ai poliziotti che lo inseguivano: l’urto gli ha spaccato il cranio. La tragedia continua, l’Europa continua a non ascoltare gli appelli delle Ong e di Angela Merkel. Il premier ungherese Viktor Orbàn al contrario ha ripetuto: «Se non proteggeremo le nostre frontiere, verranno in Europa decine di milioni di musulmani, e allora sarà la fine dell’Europa, diventeremo minoranza a casa». E vara leggi ancora più dure contro i migranti e i cittadini che li aiutano.
La tragedia continua sempre più cupa, mentre cammini con loro da Keleti Palyaudvàr, la maestosa stazione est, lungo la bella neoclassica Ràkoczi ut, fino allo Erszébet Hìd, il Ponte Elisabetta. Rincontro Gabriel, il giovane studente siriano conosciuto l’altro giorno, rivedo suo fratello Abdel e le sue deliziose bambine: tutti a piedi, sorreggendo i genitori e nonni allo stremo. Fino oltre Ponte Elisabetta. «Sai – dice – andiamo verso l’autostrada M1, quella per l’Austria, ma senza esser sicuri che i viennesi ci faranno passare».
Pochi poliziotti li scortano, pochi erano i poliziotti anche qualche minuto prima a Keleti Palyaudvàr quando un gruppetto di neonazisti di Jobbik e della Magyar Gardam uniformi nere adornate da scritte runiche, hanno attaccato con petardi alcune giovani mamme siriane ancora a terra esauste sui pavimenti dei passaggi della metro, e i loro bimbi. «Viva l’Europa pura e bianca», hanno gridato fuggendo. Due forti esplosioni, niente vittime solo per miracolo. Sul posto, niente Croce rossa ungherese. Solo pochi volontari delle Ong, come quella dei rom magiari. «Facciamo il possibile per questi poveracci, acqua e medicine, diamo loro tutto il poco che abbiamo. Anche perché conosciamo il vero volto gelido di questo governo e dell’ultradestra, adesso se la prendono coi migranti, poi torneranno ad accanirsi contro di noi», mi dice uno di loro.
La marcia prosegue, quando arriva per radio la notizia del 50enne afgano morto sui binari, correndo terrorizzato dai polizioti che lo inseguivano. Per radio, perché molti qui credono che la polizia disturbi le comunicazioni con cellulari, tablets e smartphones. Polizia ungherese accusata da un video del New York Times di aver spruzzato il 30 agosto scorso a un gruppo di profughi siriani spay urticanti negli occhi di donne e bimbi.
Mentre nessuno saprà mai come è morto l’afgano. Era con quelli di Bicske che, mi spiega Gabriel, «si sono imbarcati l’altro ieri su un treno per l’Occidente con in tasca biglietti carissimi». Poi in aperta campagna il treno è stato fermato da battaglioni di poliziotti in uniforme da combattimento nera o blu scura. «O venite al centro d’accoglienza o restate chiusi in treno». Ieri almeno in duecento si sono ribellati, giù a spallate reti e barriere, e via in corsa verso i binari del sogno di libertà. Lui inseguito da agenti armati è inciampato ed è morto. La polizia indaga.
A Keleti, bivaccano ancora solo in pochi: pannelli e gentili ferrovieri ungheresi spiegano in inglese a tutti che con i confini austriaco e cèco chiusi non possono fornire ai migranti né a nessuno certezza di usare il costoso biglietto già pagato. «Marciamo o abbiamo viaggiato in treno fino alla trapppola di Bicske con tanti anziani e bambini malati », narra Adnan Shanan, 35enne di Latakia, e ti mostra le ferite di guerra e lo zaino per le medicine antiasma e antidiabete di papà. La polizia è inflessibile, quando tra boutiques eleganti e facciate Jugendstil due giovani, graziose mamme velate siriane con neonati in braccio, cercano di separarsi dal corteo le respingono: la marcia è anche vostra. Invano protesta monsignor Janos Szekely, arcivescovo ausiliario di Budapest: «Se non riusciamo ad aiutare i profughi perdiamo le nostre radici cristiane ». Orbàn sembra non curarsene: «Non vogliamo l’invasione islamica», ripete. Ma le cifre lo smentiscono, mi fa notare marciando Karoly Voeroes, direttore anziano del quotidiano liberal
Népszabadsàg : «I migranti passati dall’Ungheria da gennaio sono 150 mila, cifra che il governo usa come totale attuale negoziando con la Ue. Ma adesso restano circa 4500 nei campi d’accoglienza e massimo 10mila contando tutti i disperati nelle stazioni e adesso in queste ore in marcia. E allora cos’è successo, forse gli altri 115-120 mila sono spariti nel nulla?».
Il governo tace, e peggio. Il Parlamento ha varato leggi ancor più dure. Più deroghe per sospendere Schengen, più durezza coi migranti. E incriminazioni penali per i cittadini solidali che ospitano i dannati della terra, anche se in serata decide di fornire bus ai profughi in marcia verso la frontiera austriaca. “Eppure come Antigone devi scegliere tra leggi ed etica», mi sussurranno gli attivisti delle ong Rom mentre camminiamo sul boulevard lussuoso accompagnando la marcia forzata. «Marcia forzata», mi dice un giovane Rom, «Sai, era il titolo della lirica di Miklòs Ràdnoti, il grande giovane poeta ungherese degli anni Quaranta, sulle marce della morte naziste». Con le nuove leggi, per la prima volta la polizia, ieri a caccia di samizdat e oggi di migranti, potrà entrare in ogni domicilio ogni volta che vorrà. Marci coi disperati di Budapest sull’autostrada, e amici di qui ti ricordano il titolo d’un film del padre del cinema locale, il grande Miklòs Jancsò: «Il silenzio scende sull’Ungheria ».


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