Ultimo aumento di capitale (3 miliardi) Così finisce il disastro dei derivati Mps

Ultimo aumento di capitale (3 miliardi) Così finisce il disastro dei derivati Mps
Pochi giorni fa si è completato l’aumento di capitale di tre miliardi di euro di Mps, e si chiude così il ciclo di Alessandro Profumo, chiamato insieme a Viola per risanare la banca che alla fine del 2011 metteva in chiaro una perdita di 4,7 miliardi di euro.
Il calvario iniziava con un prestito ponte di 2 miliardi della Banca d’Italia, a cui si aggiungevano i 4 miliardi di Monti bond. In un mondo normale un simile disastro sarebbe finito con il commissariamento della Banca e la sua temporanea nazionalizzazione. È andata così anche nella liberista Inghilterra con Royal Bank of Scotland, ed i Monti Bond, approvati dalla Commissione Europea, erano strutturati proprio per questo fine. Ma non siamo in Inghilterra, e tutti i protagonisti entrano in scena e giocano la loro parte in atti.
È il 2010: gli ispettori della Banca d’Italia si accorgono che c’è un grosso problema di rischi per Mps dietro alle operazioni fatte con Nomura e Deutsche Bank per 5 miliardi di euro, si tratta dei derivati Alexandria e Santorini. Il fatto viene portato a conoscenza della Consob a luglio del 2011 attraverso un esposto anonimo ricco di elementi molto circostanziati. La Banca d’Italia torna in ispezione nel settembre del 2011 e scopre che si tratta senza dubbio di derivati e che ci sono problemi sul bilancio di Mps tanto da informarne nel 2012 la Consob, che su questi aspetti è competente. La questione è grave, dal momento che nel bilancio non c’è traccia di derivati, al loro posto ci sono titoli di stato italiani, dei Btp. Sempre in un mondo normale, l’autorità di vigilanza avrebbe dovuto accendere una luce rossa, e i nuovi manager affrontare il problema. Invece non succede nulla e lo spettacolo continua. Profumo e Viola, a ottobre 2012, hanno bisogno di «scoprire» delle carte in una cassaforte e di portarle alle Autorità. Solo con quelle carte infatti si poteva «capire» quello che la Banca d’Italia aveva scoperto in ispezione (cioè leggendo carte di Mps) e già segnalato alla Consob mesi prima. Intanto il valore delle azioni di Mps precipita e gli investitori sono allo sbando senza informazioni chiare e veritiere.
La prima ammissione spunta a gennaio 2013: un comunicato stampa rivela che ci possono essere perdite sui derivati Alexandria e Santorini e le mette in relazione alla necessità di prendere 500 milioni di euro in più di Monti bond. Ma la Consob si guarda bene da chiedere a Mps di mettere a posto il bilancio ed evidenziare che i Btp per svariati miliardi di euro non ci sono. A marzo la Consob porta in campo anche Bankitalia e Ivass (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni) per una comunicazione di sistema in cui si dà spazio a originali pratiche contabili funzionali a non rendere chiara la situazione di Mps. È in questa atmosfera opaca che nel giugno 2014 e poi ancora nel giugno 2015 Mps raccoglie ben 8 miliardi di euro.
Mentre proprio nel 2014 la Bafin — la Consob tedesca — mette sotto esame il bilancio di Deutsche Bank su Santorini e la obbliga a scrivere che si tratta di derivati, noi forziamo la mano dicendo che nei prospetti è tutto a posto così. Anche la Bce, quando fa gli stress test a ottobre del 2014, non fa passare Mps, nonostante il già avvenuto aumento di capitale di 5 miliardi, e riconosce che sono derivati e non Btp, che ci sono perdite e che serve un altro aumento di capitale. Non si muove foglia. Passa poco tempo e la Bce si pronuncia di nuovo: quelle operazioni vanno chiuse ad ogni costo e quanto prima. Ma perché questa premura della Banca Centrale europea? Se i bilanci sono veri, non è tutto sotto controllo? O sarà perché da novembre 2014 la vigilanza su Mps la vede coinvolta, e i burocrati europei non ne vogliono sapere di avere sul groppone bilanci falsi? Chiaro, se l’operazione si chiude c’è un problema in meno. Non a caso a dicembre 2013, ad ogni costo, Profumo e Viola avevano chiuso Santorini con Deutsche Bank. Certo, se ci fosse stata nel 2011 una temporanea nazionalizzazione, chiudere la partita di Alexandria con Nomura (e anche con Deutsche) sarebbe stato più facile, perché era lo Stato italiano a negoziare il saldo di «operazioni sporche». Ora, invece, chi detterà le condizioni? Profumo che si trova fra capo e collo l’ordine della Bce di chiudere al più presto, o Nomura? Quanto si mangerà dell’ultimo aumento di capitale?
E poi c’è la partita che si giocherà in Tribunale. La Procura di Milano, con riferimento al bilancio del 2009, in un suo atto di conclusione delle indagini di inizio aprile 2015, su Alexandria dice che i Btp non ci sono. Se non c’erano nel bilancio del 2009, è difficile che si siano materializzati in quello attuale. Allora come fa la Consob a cavarsela limitandosi a dire nel prospetto dell’ultimo aumento di capitale che «ci sono accertamenti in corso»? Quanto tempo ci vuole per chi vigila sui mercati, ed ha i poteri delle Procure, a vedere se aveva ragione la Procura o Mps? Perché se la Procura sbaglia, bene per gli indagati, Mussari & co., ma se non sbaglia allora ci sono problemi in tutti i bilanci da lì in avanti, poiché anche le pratiche contabili di sistema si basano sul presupposto che i Btp siano stati negoziati. Il sipario dovrebbe calare su tutti, con buona pace del risparmio nazionale.
Infine: i due autorevoli commissari in più, decisi dal Governo per legge l’estate scorsa, e che dovevano arginare la deriva monocratica di Vegas, che fine hanno fatto?
Milena Gabanelli


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