Il Sultano sconfitto nel suo referendum una rivoluzione a colpi di voti

Il Sultano sconfitto nel suo referendum una rivoluzione a colpi di voti
LA GIORNATA nera di Recep Tayyip Erdogan, la giornata rossa del Partito democratico dei popoli. L’Akp di Erdogan, al potere da 13 anni, viene ancora definito dalla pigrizia delle cronache come il partito “islamico moderato”. In realtà ha preso una decisa strada islamista. Sabato scorso, brandendo il libro sacro, aveva proclamato che «la conquista è la Mecca, la conquista è Saladino, è issare di nuovo la bandiera islamica su Gerusalemme» (Saladino del resto era curdo).
Credeva, o fingeva di credere, di avere il vento in poppa. L’Europa, che aveva fatto la difficile e l’aveva mortificato, ora è in crisi e ha la guerra in casa, e lui cresceva fra gli aspiranti all’egemonia sul mondo musulmano. Preparando la restaurazione del sultanato, si è regalato l’anticipo di un palazzo delle duemila e due notti. Rotto l’assedio per le prove plateali di corruzione e nepotismi, aveva messo il bavaglio alla magistratura e agli organi di polizia indipendenti, o anche solo non dipendenti. Si era permesso il doppio gioco internazionale, di notte spallone di reclute jihadiste e contrabbandiere di armi e petrolio col Califfato, di giorno membro della coalizione contraria, con l’aggiunta del compiaciuto divieto di uso della base di Incirlik.
Gli andava bene: mancava l’ultimo metro. Per tagliare il traguardo aveva barattato il governo con la presidenza, trasformando Ahmet Davotoglu, che avrebbe meritato miglior destino, in un Medvedev turco. Da lì si sarebbe fatto presidente coi pieni poteri, e a vita, mettendosi la corona sul capo con le proprie mani. Restava la piccola formalità dell’ennesima vittoria elettorale. Ci aveva fatto l’abitudine: la Turchia sembrava ribellarsi, scuoterlo, circondarlo e resistere intrepidamente alla ferocia repressiva, e poi le urne davano ragione a lui. Alla commemorazione del genocidio degli armeni aveva rimediato con un altro impegno. I giornalisti riluttanti, in galera, o peggio. I curdi? Tutti avevano capito (anche Davutoglu) che coi curdi bisognava arrivare a una svolta, che il contesto internazionale lo imponeva, che non si poteva immaginare che Ocalan continuasse a proclamare la rinuncia alla lotta armata dal suo ergastolo un paio di volte a trimestre.
Lui non se ne curava. Quando i despoti perdono il senso della misura — quando si costruiscono palazzi di quelle dimensioni, che sia vera o no la notizia sulla tazza di cesso tutta d’oro zecchino — la storia si ricorda di frugarsi in fondo alle tasche esauste, e tirarne fuori un’astuzia. E se non è la sto- ria, è la provvidenza, o la dignità delle persone. Dunque niente referendum, niente revisione della Costituzione, niente maggioranza assoluta. Il “partito filocurdo”, strana denominazione del resto — come se noi dicessimo “il partito filoimmigrati” — supera lo sbarramento del 10 per cento (il dieci!) e anzi tocca il 12, e manda nel parlamento che doveva plebiscitare Erdogan tra i 79 e gli 82 deputati (su 550). Per giunta, con una partecipazione elettorale dell’86 per cento dei quasi 57 milioni di cittadini aventi diritto, in patria e fuori.
L’Akp ha i numeri per governare in coalizione, il successo dei nazionalisti parafascisti è triste e inquietante, ma la Turchia da ieri è un altro paese. Lo era già, nella ricchezza e varietà della sua società civile, ma era come se si fosse interrotta la comunicazione fra quella società e le istituzioni. È successo mentre i capi del G7 si incontravano, e magari l’Europa troverà un tempo supplementare per offrire alla Turchia una propria sponda, dopo aver favorito una deriva che l’aveva portata, la partner della Nato e la madrepatria di milioni di suoi cittadini, a rivendicarsi islamista in concorrenza con Iran e Arabia Saudita. E se avvenisse, sarebbe ancora più grottesco pensare a un’Europa senza Grecia, e con la Turchia.
Il provvidenziale “filocurdo” Hdp — il “partito democratico dei popoli” — aveva tenuto il suo primo congresso solo nell’ottobre 2013. È un partito curdo e “filoturco”, oltre che aperto alle altre minoranze etniche e religiose e a quelle civili («gli omosessuali, gli atei, e gli armeni», nella versione di Erdogan), e capace di parlare ai giovani raccogliendo l’eredità di Gezi Park. Ha due copresidenti — una femminista curda e un socialista turco — come nella tradizione europea di femministe e ambientalisti, e riserva il 10 per cento alle persone LGBT. Alla sua testa sta Selahattin Demirtas, 41 anni, leader prestigioso e saldamente democratico.
I paesi democratici, per compiacenza con Erdogan, hanno continuato a tenere il Pkk curdo nella lista nera delle formazioni terroriste, anche quando i suoi militanti esiliati nel Kurdistan iracheno o nel Rojava siriano erano decisivi nel soccorso agli yezidi (e ai cristiani) braccati o alla popolazione di Kobane. Faranno bene ad accompagnare il tentativo di Demirtas di guadagnare alla sua causa democratica quella popolazione curda che un’ostinazione ideologica settaria ma soprattutto la discriminazione nazionalista ha tenuto al bando.



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