C’è chi vuole il « Gre­xit », e non è ad Atene

C’è chi vuole il « Gre­xit », e non è ad Atene

Quando l’accordo sem­brava defi­nito nella sua impo­sta­zione di mas­sima e si trat­tava solo di defi­nire i det­ta­gli, ecco il Fmi lan­ciare il suo siluro, riman­dando il nego­ziato agli inizi di giu­gno, alle famose cin­que pagine di Junc­ker che ave­vano fatto infu­riare Atene. A sor­presa, l’organismo della Lagarde ha rimesso sul tavolo i tagli alle pen­sioni e per­fino l’avanzo pri­ma­rio delle casse pen­sio­ni­sti­che da otte­nere in con­di­zioni di disoc­cu­pa­zione del 26% della forza lavoro. Un capo­la­voro di realismo.

Ale­xis Tsi­pras ha saputo la cat­tiva noti­zia in aereo e ha spie­gato il suo rifiuto in que­sti ter­mini: o non vogliono un accordo oppure vogliono ser­vire gli inte­ressi degli oli­gar­chi greci.

Nelle pro­po­ste del Fmi, infatti, la tassa pro­po­sta da Atene sulle imprese con più di mezzo milione di utile annuo è stata depen­nata. Come è stata depen­nata la tas­sa­zione sulle società che gesti­scono il gioco d’azzardo via Inter­net. In gene­rale, gli oli­gar­chi greci non com­pa­iono nei bril­lanti piani del Fmi, né sotto la forma di pro­prie­tari di ban­che, né sotto quella di edi­tori televisivi.

Il motivo? Far­gli pagare le tasse avrebbe degli effetti reces­sivi. Infatti, in que­sti quat­tro anni che l’uomo del Fmi nella troika, Thom­sen, gover­nava con fare colo­niale la Gre­cia lasciando del tutto indi­stur­bati gli oli­gar­chi, il Pil greco ha rag­giunto risul­tati di cre­scita impressionanti:un bel — 26%.

La verità è che con la pro­po­sta greca che era stata accolta all’eurogruppo di lunedì il governo greco aveva esau­rito– forse anche supe­rato– i limiti che si era posto. Il piano greco di misure fiscali per otto miliardi in due anni per­met­teva al governo di van­tarsi di aver difeso le pen­sioni ed evi­tato i nuovi licen­zia­menti al set­tore pubblico.

Aveva accet­tato un nuovo aumento delle impo­ste (nel paese più tas­sato d’Europa: sono aumen­tate del 338% dal 2010) cer­cando di sal­vare il sal­va­bile: cibo mate­riale e spi­ri­tuale (libri) al 6%, altri con­sumi dif­fusi, come la cor­rente elet­trica, al 13% e il resto al 23%. Atene aveva inol­tre accet­tato la per­ma­nenza di leggi odiose, come il fami­ge­rato Enfia sugli immo­bili, aumen­tando le impo­ste ai red­diti supe­riori ai 30 mila euro annui. In sostanza, in un con­te­sto nega­tivo, il governo aveva cer­cato di dif­fe­ren­ziare il peso fiscale, aggra­van­dolo per i red­diti più alti.

Sic­come in Gre­cia più che nuove tasse serve un mec­ca­ni­smo più effi­ciente per le entrate pub­bli­che , Varou­fa­kis aveva anche avan­zato delle pro­po­ste per ren­dere più dif­fi­cile l’evasione dell’Iva. Pro­po­ste magi­ca­mente spa­rite dalle scan­da­lose richie­ste del Fmi. Non è un segreto che la pro­po­sta di Tsi­pras era stata accolta posi­ti­va­mente a Bru­xel­les ma non era suc­ceso lo stesso in Gre­cia. Il «com­pro­messo one­sto» richie­sto da Tsi­pras era diven­tato un «com­pro­messo doloroso.

Mal­grado i repor­tage fan­ta­siosi com­parsi sulla stampa euro­pea, l’ipotesi di accordo pro­po­sta da Atene non avrebbe avuto seri pro­blemi al Par­la­mento greco. I voti con­trari sareb­bero stati al mas­simo una decina. Il per­ché è stato chia­rito nella riu­nione di ieri della Segre­te­ria Poli­tica di Syriza. Prima Tsi­pras e poi il suo stretto col­la­bo­ra­tore Fla­bou­ria­ris hanno spie­gato che con­di­zione irri­nun­cia­bile della pro­po­sta greca è che i cre­di­tori assi­cu­rino uffi­cial­mente di «ren­dere soste­ni­bile il debito». In pra­tica, Atene esige che i cre­di­tori con­fer­mino l’impegno preso per iscritto con il secondo Memo­ran­dum del 2012: una volta finito il pro­gramma, i cre­di­tori dove­vano pren­dere prov­ve­di­menti per alleg­ge­rire il peso del debito sull’economia del paese.

Come è noto, tra i tre cre­di­tori, il Fmi è l’unico favo­re­vole al taglio del debito greco. In un col­lo­quio di qual­che giorno fa, il pre­mier greco aveva anche chie­sto a Lagarde di non limi­tarsi a chie­dere tagli e che ponesse anche la que­stione del debito.

Sem­bra quindi che nella con­fu­sione domi­nante in campo euro­peo, ancora una volta si rie­sce a rag­giun­gere una sin­tesi solo ai danni della Gre­cia. Vista però la ferma resi­stenza oppo­sta da Tsi­pras in tutti que­sti mesi a ogni pro­getto di abbat­ti­mento di pen­sioni e di sti­pendi pub­blici, è evi­dente che ora il Fmi pone un pro­blema poli­tico: desta­bi­liz­zare il governo di sini­stra greco, costrin­gerlo o alla resa verso l’austerità o a un rovi­noso (per tutti) scon­tro con l’eurozona, che il popolo greco non vuole. In ambe­due i casi, si pensa, Syriza è spac­ciata e si spera in un cam­bia­mento dello sce­na­rio politico.

È un pro­getto estre­mi­sta, non a caso in Europa con­di­viso solo da Schauble.

Tsi­pras ha di nuovo riba­dito che, in assenza di un «accordo com­ples­sivo», la tran­che dovuta al FMI a fine mese non sarà versata.

Ovvia­mente, il man­cato ver­sa­mento non sarà con­si­de­rato auto­ma­ti­ca­ti­ca­mente una ban­ca­rotta di Atene. Sarà invece un nuovo colpo di avver­ti­mento: o i cre­di­tori pren­de­ranno sul serio la volontà di Atene a non arri­vare allo scon­tro, oppure l’ipotesi di un’implosione dell’eurozona diventa sem­pre più rea­li­stica. Pro­ba­bil­mente, era que­sto il senso delle dichia­ra­zioni di ieri di Mat­teo Renzi: c’è chi vuole il Gre­xit, ha ammo­nito. Ma non si rivol­geva solo ad Atene.



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