Un’Ucraina federale, il sogno del Cremlino per allontanare l’ombra della Nato e della Ue

Un’Ucraina federale, il sogno del Cremlino per allontanare l’ombra della Nato e della Ue

KIEV. SI SPARAVA ancora con rabbia a tarda sera nell’Ucraina orientale. Nelle stesse ore a Minsk, la capitale bielorussa, Vladimir Putin discuteva di una pace difficile con Angela Merkel e François Hollande. Con loro c’era anche Petro Poroshenko, il presidente ucraino. Il quale, lasciando Kiev, aveva minacciato di decretare la legge marziale per contenere la prepotenza politica e militare russa, nel caso la conferenza fosse fallita. Si capisce perché quando Putin gli ha teso la mano con un gesto virile, da atleta, lui l’ha stretta di fretta, come se scottasse. Prima di sedersi al tavolo rotondo (al quale noi telespettatori li abbiamo lasciati) i quattro avevano bevuto insieme un aperitivo e mangiato qualche fragola, scambiandosi sorrisi imbarazzati.
Negli stessi istanti nel Donbass ai cinquanta morti delle ultime ventiquattro ore se ne aggiungevano altri. Prima di un possibile cessate il fuoco, di una tregua, i miliziani filo russi cercavano di conquistare più terreno, oltre ai cinquecento chilometri quadrati occupati nei mesi scorsi. L’esercito lealista non aveva retto alle loro offensive. Il confronto verbale di Minsk diventava ieri sera armato nelle province orientali ucraine. Ogni pezzo di terreno occupato pesava sul tavolo attorno al quale Putin discuteva con la coppia europea, Merkel-Hollande, affiancata da Poroshenko. I combattimenti furiosi tendevano a prendere il controllo del territorio in direzione della Crimea, annessa alla Russia dieci mesi fa. I secessionisti allargavano le loro autoproclamate repubbliche, destinate a diventare regioni autonome, attorno al tavolo di Minsk.
La grande posta in gioco è infatti quella. La futura Ucraina sarà o decentralizzata come vorrebbero gli europei, oppure federale come vorrebbe Putin. Nei due casi, al di là della differenza semantica, le province in mano ai filo russi (Donetsk e Lugansk) diventeranno autonome, e dal livello di autonomia che otterranno potranno più o meno condizionare il potere centrale di Kiev. E impedirgli di aderire alla Nato e all’Unione europea. Non a caso alla parola “federazione” Petro Poroshenko si infuria. Quella è invece per Putin la parola chiave sulla quale ruota la trattativa.
È tuttavia assai difficile che quel problema decisivo venga risolto subito. Dopo le indiscrezioni dei diplomatici impegnati nella preparazione del vertice, si aspetta qualcosa di più di un semplice cessate il fuoco. Forse una tregua. Difficile da realizzare, visti i combattimenti ancora in corso nell’Ucraina orientale.
Le divergenze sono tante sul modo di fermare il conflitto, se esiste sul serio la volontà far tacere le armi. I confini su cui distribuire le forze di interposizione sono zigzaganti e controversi. Sono validi quelli dell’ultimo accordo di Minsk mai rispettato (settembre ‘14), oppure quelli tracciati dalle ultime conquiste dei ribelli filo russi? E come controllare i quattrocento chilometri di confine con la Russia, attraverso i quali passano e uomini e armo per i secessionisti? Di che nazionalità devono essere eventualmente i caschi blu o i militari dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa)? Putin li vorrebbe kazaki o bielorussi, o addirittura russi. Neanche per sogno dicono gli ucraini di Kiev. Ci sono poi i prigionieri da liberare. E i risarcimenti per i danni di guerra.
La tregua o quel che uscirà dal vertice in corso, sempre che non frani in un fallimento, dovrebbe aprire col tempo spiragli di pace. Al momento si annuncia tuttavia un risultato grigio. Né deludente né esaltante. Forse provvisorio ma indispensabile. Questo è l’esito che si attende dal vertice in corso a Minsk, mentre scrivo. Un fallimento porterebbe a un conflitto cronico nel cuore del nostro continente, con afflusso d’armi americane per arginare quelle russe (accompagnate da soldati) già sul posto. Ma i convitati essendosi presentati all’appuntamento di Minsk, si pensa a un imminente compromesso, eterna lampada magica della politica.
Tutti devono salvare la reputazione. Angela Merkel e François Hollande, e con loro l’Europa, non possono deludere: protagonisti di una trattativa cruciale, in una grande crisi, per la prima volta senza i tutori americani, devono evitare almeno nell’immediato futuro la pericolosa estensione del campo di battaglia. In quanto a Putin non può perdere la faccia. Può fermare i secessionisti più scatenati che in dieci mesi hanno restituito la Crimea alla Russia, proclamato due “repubbliche” (di Donetsk e di Lugansk) e che adesso vogliono un’Ucraina federale, in cui poter condizionare il governo centrale di Kiev. Il presidente Putin può metterli per un po’ al passo. Quando vuole sa farsi ubbidire. Può frenare i loro slanci.
Un’eventuale parziale intesa a Minsk aprirebbe una più ampia concertazione dalla quale il presidente russo potrebbe trarre tanti vantaggi. Gli americani sono destinati a ricomparire sulla ribalta delle trattative come nell’aprile scorso a Ginevra. Questo non dispiacerebbe troppo a Putin, che rimpiange spesso il passato imperiale sovietico, quando il Cremlino si confrontava direttamente con la Casa Bianca. Putin si sente sminuito nell’essere protagonista con gli europei di una crisi regionale. La telefonata di Barack Obama, che l’ha raggiunto alla vigilia del vertice, aveva il tono di un avvertimento severo. Gli ha ricordato implicitamente la possibilità di importanti forniture d’armi americane (droni, missili antiaerei, artiglieria pesante) all’esercito ucraino nel caso di un fallimento diplomatico europeo. Ma quell’intervento del presidente americano, invece di metterlo in guardia, deve averlo lusingato. Nel ciclone nazionalista che investe il Cremlino una chiamata dalla Casa Bianca attenua le frustrazioni. Gonfia i muscoli. Rimonta il morale. Allora facciamo ancora paura.
Quanto alla minaccia di dare armi all’esercito di Kiev, proferita con insistenza a Washington, anche se non dal presidente, e più sommessamente in alcune capitali europee, appare a molti osservatori come una trappola per gli occidentali. E forse appare tale anche al Cremlino. Le forze armate ucraine sono rimaste sul piano professionale all’epoca sovietica, ossia tecnicamente in ritardo, da qui le sconfitte subite nel Donbass. Avranno quindi bisogno di padroneggiare le sofisticate armi americane. Nel frattempo i russi potranno intensificare l’appoggio già decisivo ai ribelli, e rendere necessario un intervento diretto degli alleati di Kiev. La prospettiva di una scalata militare ha spinto gli europei a tentare la pacifica offensiva diplomatica. La sola ragionevole. Anche se si profila dopo il vertice di Minsk (di cui non conosciamo ancora il risultato ma soltanto indiscrezioni sui preparativi) un’Ucraina destinata a una neutralità subita come una camicia di forza. Una neutralità, che pur salvando la sovranità sarà sottoposta al controllo di Mosca. Attraverso la forte autonomia delle province filorusse.



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