Il nuovo orrore del Califfato «45 prigionieri arsi vivi in Iraq»

Dal coltello al fuoco, dalla Libia all’Iraq: la macchina del terrore quotidiano targato Isis si muove su diversi fronti e più patiboli.
Dopo le ventuno decapitazioni degli ostaggi egiziani riprese su una spiaggia libica, ecco la notizia di quarantacinque persone «arse vive» in un paesone iracheno, non lontano dalla base dove è stanziata la Settima Divisione dell’esercito di Bagdad supportata da una task-force di 320 soldati Usa.
A ogni crimine, il Califfato cambia anche la modalità di «lancio» mediatico: per i 21 cristiani copti decapitati, la forza del video diffuso in rete ha scatenato la reazione del Cairo e fatto alzare in volo i caccia egiziani, che anche ieri hanno bombardato postazioni Isis in Libia. Il presidente Abdel Fattah al-Sisi, che ha invocato un mandato Onu per un intervento armato internazionale, ha detto ieri alla radio francese: «Non avevamo scelta. Non permetteremo a quella gente di tagliare la testa ai nostri figli». Improbabili alleanze terra-aria: le milizie islamiste di Misurata starebbero riguadagnando terreno a Sirte, nodo strategico di cui i jihadisti dell’Isis avevano annunciato nei giorni scorsi la conquista.
L’ultima strage, invece, è senza annunci né immagini o controffensive. Ha la potenza evocativa di una voce dal nulla iracheno, dai dintorni di Al Baghdadi a nord-ovest della quasi omonima capitale. Un nulla citato spesso nella guerra precedente: le zone che dieci anni fa venivano chiamate Triangolo della Morte sono tornate tali. La voce che ha denunciato la strage è del colonnello Qasem Obeidi, portavoce della polizia nella provincia di Anbar.
Citato dalla Bbc , Obeidi ha raccontato che l’Isis avrebbe bruciato 45 prigionieri, tra cui numerosi agenti. Non ci sono altri dettagli. Se fosse vero si tratterebbe di un rogo sommario, senza la sceneggiatura di morte toccata in sorte al pilota giordano incendiato nella gabbia davanti a più videocamere. Nella contabilità del terrore, l’alto numero di vittime «compensa» la mancanza di riprese da lanciare su Internet. Le autorità di Anbar ieri mattina hanno confermato l’esecuzione da parte dell’Isis di 27 agenti, mentre lo stesso Obeidi ha parlato di un complesso condominiale assediato dai jihadisti con 1.200 persone dentro, comprese le famiglie dei poliziotti.
Con il fronte libico che ha preso visibilità e rilevanza di emergenza internazionale, quello iracheno sembra passato nelle retrovie e di conseguenza produce anche notizie incerte: quattro giorni dopo l’inizio dell’attacco jihadista sulla cittadina di Al Baghdadi e sulla base di Ayn al Asad, ieri sera non era ancora chiaro l’esito della battaglia. I miliziani dell’Isis avrebbero minato quei dieci chilometri di strada tra il centro abitato e la base che ospita anche gli americani.
Azioni militari, guerra di propaganda, gossip jihadista. L’inno, senza musica, montato sul video della decapitazione dei 21 copti contiene parole truculente: «Dalle teste che abbiamo tagliato abbiamo riempito bottiglie di sangue». Il quotidiano britannico The Guardian riporta nuove, accorate confessioni via Skype di donne nel regno dell’Isis. Velate, spiate, sottomesse. Da Raqqa a Mosul, vietato muoversi senza un accompagnatore-guardiano. Chiusi tutti i negozi di parrucchiere. E l’obbligo del velo non vale per le donne sopra i 45 anni. Altre cartoline dal Califfato, riportate dai tabloid britannici, dipingono i jihadisti come «malati di sesso» alla costante ricerca di pastigliette rinvigorenti. Ci sarebbe quasi da ridere, se non fosse per quegli uomini sgozzati sulla spiaggia, per le persone senza volto bruciate in un angolo di Iraq.
Michele Farina


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