La figura di Mattarella e la democrazia ferita

La figura di Mattarella e la democrazia ferita

Se oggi verrà eletto Ser­gio Mat­ta­rella, si trat­terà di una solu­zione migliore di tante altre paven­tate alla vigi­lia. Per la buona ragione che, non essendo mai stato tenero con Ber­lu­sconi, Mat­ta­rella non dovrebbe vedere di buon grado la mani­fe­sta­zione più oscena (sinora) del ren­zi­smo: il patto segreto con il boss di Arcore, prin­ci­pale fat­tore inqui­nante della vita pub­blica (e pri­vata) ita­liana di que­sti ultimi vent’anni. Con­vinti come siamo che la fun­zione del pre­si­dente della Repub­blica sia deci­siva per la sal­va­guar­dia della nostra mal­con­cia demo­cra­zia, se le cose andranno come pre­vi­sto tire­remo un sospiro di sol­lievo. Qua­lora al Colle fosse andato un per­so­nag­gio con­ni­vente col patto del Naza­reno (e ce n’erano molti, anche tra i – e le – papa­bili della vigi­lia), avremmo fatto un altro passo verso il disa­stro delle isti­tu­zioni e della Costi­tu­zione repub­bli­cana, ber­sa­glio, in que­sti mesi, di sfregi quotidiani.

Detto que­sto, occorre evi­tare che la sod­di­sfa­zione per la scelta del nuovo capo dello Stato induca a per­dere di vista le pesanti ombre che gra­vano sulla scena poli­tica ita­liana. Pre­scin­diamo qui da qual­siasi con­si­de­ra­zione sto­rica: sor­vo­liamo cioè sul fatto che, come nel gioco dell’oca, a vent’anni da Tan­gen­to­poli l’Italia si ritrova gover­nata e pre­sie­duta da poli­tici demo­cri­stiani. Mat­ta­rella è un galan­tuomo estra­neo al circo della poli­tica poli­ti­cante. Ma è stato pur sem­pre a lungo un espo­nente di spicco del par­tito che per decenni, nel secolo scorso, ha incar­nato e coperto un orga­nico intrec­cio di cor­ru­zione, con­ser­va­zione e col­lu­sione col malaf­fare e con quella stessa mafia che gli uccise il fra­tello, pre­si­dente della Sici­lia. Evi­den­te­mente siamo desti­nati a «morire demo­cri­stiani», e forse qual­che domanda dovremmo por­cela al riguardo.

Ma non è que­sto il tema oggi. Piut­to­sto vale la pena di riflet­tere bre­ve­mente su altre tre que­stioni. La prima è per­ché Renzi abbia voluto Mat­ta­rella. Tutti dicono che l’ha scelto per tenere unito il Pd e per­ché lo con­si­dera mal­lea­bile. Per­ché pre­vede in lui un pre­si­dente di basso pro­filo poli­tico, che non inter­fe­rirà nella sua tenace opera di sman­tel­la­mento della Costi­tu­zione e di nor­ma­liz­za­zione del paese a suon di «riforme» pidui­ste: un pre­si­dente «sopram­mo­bile», secondo la raf­fi­nata dot­trina espo­sta da Angelo Pane­bianco sul Cor­riere della sera qual­che giorno fa. Può darsi che que­sti siano i cal­coli del pre­si­dente del Con­si­glio e anche che il piano sia ben stu­diato. Noi ovvia­mente spe­riamo di no. Ci augu­riamo che Renzi si sia cla­mo­ro­sa­mente sba­gliato e che Mat­ta­rella risponda invece alle aspet­ta­tive di quanti oggi pen­sano di avere scam­pato un peri­colo per­ché vedono in lui un severo custode della Costituzione.

Ma l’auspicabile ele­zione di un buon pre­si­dente non can­cella le igno­mi­nie di que­sti giorni e di que­sti mesi, dall’eliminazione del Senato elet­tivo al Jobs act, a una legge elet­to­rale zeppa di vizi di inco­sti­tu­zio­na­lità e impo­sta al Par­la­mento con la con­sa­pe­vo­lezza che la Con­sulta la boc­cerà a babbo morto, dopo l’elezione della nuova Camera, come è già acca­duto col por­cel­lum. Se que­sto è vero, nulla sarebbe più irra­gio­ne­vole che ammor­bi­dire a que­sto punto l’opposizione alle «riforme» ren­ziane. Al con­tra­rio: la crisi del patto del Naza­reno – chiave di volta del «rifor­mi­smo» ren­ziano – va sfrut­tata sino in fondo allo scopo di bloc­carle. E di costrin­gere il governo a ces­sare dalla siste­ma­tica mor­ti­fi­ca­zione del Par­la­mento che sta di fatto por­tando alla morte del sistema par­la­men­tare, come accadde, pro­prio novant’anni fa, nella tran­si­zione al regime totalitario.

Infine, la con­si­de­ra­zione forse più rile­vante. Da gio­vedì è un coro sper­ti­cato di rico­no­sci­menti dell’abilità del pre­mier che, con una mossa impre­vi­sta, ha messo tutti nel sacco, a comin­ciare dal capo di Forza Ita­lia che certo un novel­lino non è, né un’anima can­dida. C’è un’allarmante con­fu­sione alla base di que­ste valu­ta­zioni, una con­fu­sione che è segno di un’antica tara ita­liana. L’abilità e il corag­gio nel gio­care una par­tita e la spre­giu­di­ca­tezza (in que­sto caso, va detto, ben oltre il limite della lealtà) non dicono di per sé nulla sui fini per­se­guiti. Pro­prio come il cari­sma, che può abbon­dare anche in un aspi­rante dit­ta­tore. Oggi sem­bra che molti abbiano improv­vi­sa­mente dimen­ti­cato chi è Mat­teo Renzi. Per­ché i rap­porti di forza l’hanno costretto a sce­gliere un nome decente per il Qui­ri­nale, e soprat­tutto per­ché sem­bra stra­vin­cere su tutti i fronti.

Ma anche se molti evi­den­te­mente ardono dal desi­de­rio di scor­darsi un pur recen­tis­simo pas­sato e di tor­nare a un paci­fico tran tran senza più minacce né con­flitti, Renzi rimane Renzi e igno­rarlo sarebbe, oggi più che mai, esi­ziale. Eletto il pre­si­dente, si torna alla dura realtà di ogni giorno, con un governo che siste­ma­ti­ca­mente mor­ti­fica il dis­senso per far pas­sare con ogni mezzo leggi rea­zio­na­rie. A nes­suno, pas­sata la festa, dovrebbe essere con­sen­tito di dimenticarsene.



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