Malala e Kailash, un Nobel in due: siamo padre e figlia

Malala e Kailash, un Nobel in due: siamo padre e figlia
«Anche se sembro un’unica ragazza di un metro e 57 appena, contando i tacchi alti, non sono però una voce solitaria». La ragazza pachistana sopravvissuta due anni fa a un attentato dei talebani è diventata ieri la più giovane vincitrice nella storia del premio Nobel per la Pace. E nel condividere il riconoscimento a Oslo con l’altro premiato, l’indiano Kailash Satyarthi, anche lui un difensore dei diritti dei bambini, la diciassettenne non ha gridato soltanto «Io sono Malala». «La mia storia è importante non perché sia unica, ma perché non lo è. Io sono Shazia. Io sono Kainat Riaz», ha detto citando le due compagne di classe ferite con lei due anni fa sul bus della scuola e presenti tra il pubblico. «Sono Kainat Somro, sono Mezon, sono Amina», ha continuato guardando altre tre amiche provenienti da Pakistan, Siria e Nigeria. «Io sono quei 66 milioni di ragazze tuttora escluse dall’istruzione». 
Kailash Satyarthi, attivista sessantenne che ha combattuto per tre decenni contro il lavoro minorile liberando 84.000 bambini dalla schiavitù e contribuendo a far passare una importante risoluzione internazionale, ha parlato prima di Malala, definendola la sua «figlia pachistana». Ha voluto che una sedia fosse lasciata vuota in prima fila, per ricordare i troppi ragazzi che non hanno voce e, dopo aver parlato prima in hindi e poi in inglese, ha invitato i presenti a mettersi una mano sul cuore e a chiudere gli occhi per ascoltare il bambino dentro di sé. Gli hanno obbedito tutti nella platea colorata da sari e kurta indiani, shalwar kameez pachistani e abiti occidentali — inclusi i reali norvegesi, il cantante degli Aerosmith Steven Tyler e la rapper Queen Latifah.
Mai gli organizzatori del Nobel ricordano di aver assistito a tanto entusiasmo e commozione durante una premiazione. Malala e Kailash, la ragazzina e il sessantenne, la pachistana e l’indiano, la musulmana e l’hindu, hanno teso la mano al di là delle divisioni e hanno chiesto a tutti, politici e singoli individui, di fare altrettanto, di «globalizzare la compassione», perché i bambini possano essere «liberi di essere bambini», di «crescere, mangiare, dormire, ridere, piangere, giocare, imparare». I premier di India e Pakistan, potenze nucleari rivali, si sono fatti contagiare per un giorno, con tweet e promesse radiofoniche di pace e di istruzione universale.
Accanto al padre di Malala, la mamma, un tempo schiva, sorrideva orgogliosa (preoccupata solo per un istante, quando un giovane con la bandiera del Messico si è avvicinato bruscamente alla figlia, subito trascinato via dalle guardie). E i fratelli di 14 e 9 anni sono rimasti composti e incravattati ad applaudirla. Però, più tardi, in albergo, hanno chiarito: «Non pensare che adesso che hai vinto il Nobel sei tu il capo!».
Viviana Mazza

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