Quei 50 studenti rapiti e uccisi perché si opponevano ai narcos

Quei 50 studenti rapiti e uccisi perché si opponevano ai narcos
WASHINGTON Un corpo in strada. Il volto scuoiato. E’ il cadavere di Julio Mondragón, 19 anni. Un giovane studente che aveva cercato di scappare dagli aguzzini, ma lo hanno ripreso e ucciso usando il cadavere come ammonimento. Julio è una delle vittime della strage di Iguala, Stato messicano di Guerrero. Decine di studenti fatti sparire da una banda composta da poliziotti locali e narcos.
Questa non è una faida tra cosche. A Iguala il massacro è stato perpetrato dal patto di affari che mette insieme autorità e trafficanti. Compatti nel togliere le vite a chiunque osi protestare. E’ quello che volevano fare il 26 settembre gli studenti di un istituto dove si formano gli insegnanti. Sono molto politicizzati, eredi di quel movimento di protesta popolare degli anni Settanta, e partecipano ad una manifestazione fuori città. Poi tornano verso Iguala a bordo di tre bus che — secondo la polizia — sarebbero stati «dirottati» . Gli agenti decidono di bloccarli. Sparando.
Sotto il fuoco cadono almeno sei persone, compresi dei passanti, mentre gli studenti tentano la fuga. I poliziotti li catturano con l’aiuto di civili armati. Segue un duro pestaggio. I giovani, tutti tra i 19 e i 23 anni, cedono subito, pensano di essere in arresto. Non è così. Quarantasei di loro spariscono. E quando i familiari protestano non ricevono risposte. L’angoscia aumenta quando uno scampato all’attacco parla. Le autorità municipali prendono tempo. E’ una soffiata ad aprire la breccia.
Qualche giorno dopo, una colonna di soldati raggiunge un sobborgo di Iguala dove scopre sei fosse comuni. Sepolti sotto uno strato di terra i resti di molte persone. Sono irriconoscibili, bruciate con il kerosene. Prima si parla di 28 morti, poi di 34. Con imbarazzo il governo aspetta i test del Dna. Ma sembrano esserci pochi dubbi sull’identità delle vittime. Così come sulle responsabilità. Ventidue agenti sono tratti in arresto, parte un mandato di cattura per il sindaco José Velázquez e il capo della polizia municipale. In città arrivano reparti della Gendarmeria e dell’esercito.
L’inchiesta — sollecitata persino da Onu e Stati Uniti — ci mette poco a ricostruire il quadro. Ad agire sono stati sbirri corrotti e membri della gang Guerreros Unidos, fazione staccatasi dal cartello dei Beltran Leyva e alleata dei Los Pelones. Il primo cittadino — e non da ieri — ha sempre avuto rapporti con l’organizzazione, così come sua moglie Maria Vela. Anzi, non si esclude che gli studenti siano stati fatti sparire perché si temeva potessero disturbare un comizio della signora. Qualche dettaglio è venuto dalla suocera del primo cittadino. Forse rapita, la donna è apparsa bendata in un video ed ha «confessato» che il genero protegge i Guerreros contro i rivali Los Rojos.
Ad aumentare la rabbia, in una regione poverissima, i precedenti del sindaco, sospettato di essere coinvolto in attacchi contro gli attivisti della zona. Ma il lassismo del potere centrale, sempre più preoccupato di nascondere i fatti, ha permesso che il regno del terrore proseguisse. Le fosse comuni fanno parte della geografia della zona: 23 corpi in febbraio, 4 in marzo, 6 in aprile, 19 a maggio, oltre a quelle che non conosciamo. Vittime della battaglia tra boss. E non è finita.
Con l’insolenza tipica delle bande messicane, i Guerreros Unidos hanno affisso dei poster a Iguala chiedendo il rilascio degli agenti arrestati. Se non saranno liberati, è la minaccia, diffonderanno i nomi dei politici legati al crimine. Forse non ce n’è bisogno.
Guido Olimpio


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