“ Il pentito di mafia pagato dai Servizi ” l’indagine segreta che agita Palermo

“ Il pentito di mafia pagato dai Servizi ” l’indagine segreta che agita Palermo

PALERMO . Una nuova indagine antimafia corre dentro il cuore delle istituzioni. Ormai da un mese e mezzo, in gran segreto. Il procuratore generale Roberto Scarpinato ha riaperto uno dei capitoli più oscuri della storia d’Italia, quello dei rapporti fra uomini della mafia ed esponenti dei servizi segreti. Ed è andato dritto a una storia attualissima, che è emersa all’improvviso a giugno. Una storia che racconta dei contatti stretti fra uno degli ex fedelissimi di Bernardo Provenzano, il capomafia di Bagheria oggi pentito Sergio Flamia e alcuni 007 dell’Aisi, il servizio segreto civile. Secondo la ricostruzione della procura generale, sono stati contatti equivoci, che si sarebbero ripetuti fino a pochi mese fa. Fra Palermo e Bagheria. Addirittura, dentro un carcere. Non è ancora chiaro perché.
Nel pieno di questa delicatissima indagine è arrivata l’irruzione nella stanza di Scarpinato, il 3 settembre, con il recapito di una lettera anonima sulla scrivania. «Lei sta esorbitando dai suoi compiti e dal suo ruolo», gli hanno scritto. «Noi non facciamo eroi», hanno aggiunto. Minaccia evidente di colpire in modo subdolo. Magari con una calunnia, una terribile bugia. Una minaccia da «menti raffinatissime ».
Al momento, è solo un’inquietante coincidenza temporale: l’indagine sui servizi segreti e le minacce. Ma, adesso, questa coincidenza è anche una delle piste principali seguite dal procuratore di Caltanissetta Sergio Lari per cercare di decifrare il raid nella stanza di Scarpinato.
Di sicuro, l’indagine sugli 007 siciliani continua ad essere in pieno svolgimento. E il procuratore generale di Palermo la sta conducendo in stretto contatto con i colleghi della procura che cercano dentro i segreti della trattativa Stato-mafia. Così, passato e presente dei rapporti fra Cosa nostra e uomini delle istituzioni sono tornati dentro un’unica grande lente d’ingrandimento. A partire da Flamia, che è un pezzo di storia di Cosa nostra. Lo racconta lui stesso, perché da qualche mese ha deciso di diventare un collaboratore di giustizia a tutti gli effetti. È il colpo di scena di questa storia. E anche la genesi della nuova indagine sui servizi segreti.
Dopo anni di frequentazioni con gli 007, Flamia ha deciso infatti di ufficializzare il suo ruolo. È avvenuto all’indomani dell’ennesimo arresto dei carabinieri, che l’avevano sorpreso a fare estorsioni a Bagheria. L’ormai ex boss ha confessato anche omicidi. E poi ha messo a verbale una frase sibillina su uno dei testimoni chiave del processo trattativa Stato-mafia, il boss Luigi Ilardo. «Si diceva di lui che era un confidente, lo tenevamo a distanza». Tradotto: non è possibile che abbia incontrato il capomafia Provenzano, il 31 ottobre 1995, il giorno del mancato blitz contestato al generale dei carabinieri Mario Mori. La chiosa di Flamia sembra dunque mettere in crisi un pezzo del processo per la trattativa, e potrebbe chiudere velocemente il processo d’appello per Mori, già assolto in primo grado dall’accusa di aver protetto la latitanza di Provenzano. I magistrati del pool Stato-mafia ne hanno preso atto, anche perché intanto le dichiarazioni del neo pentito avevano fatto arrestare una cinquantina fra boss ed esattori del pizzo. Subito dopo, però, sono iniziate le indagini sul passato di Flamia. Era l’inizio di giugno. I primi contatti con i servizi segreti sono saltati fuori in alcune intercettazioni conservate negli archivi della procura: erano state fatte dalla squadra mobile, che fra il 2008 e il 2009 aveva indagato sulla mafia di Bagheria. I pm del processo trattativa hanno approfondito, interrogando Flamia. E lui stesso ha ammesso a denti stretti di avere preso soldi dagli 007, circa 150 mila euro. Ha raccontato di essersi consultato con loro in un momento determinante della sua carriera criminale, la «punciuta» rituale. In quell’occasione, un esponente dell’intelligence lo avrebbe invitato ad intensificare la sua partecipazione in Cosa nostra.
È una storia dai contorni ancora poco chiari. Flamia avrebbe ammesso candidamente che gli 007 si sono fatti vivi persino dopo l’inizio della sua collaborazione con i magistrati. Un episodio strano, perché durante i sei mesi previsti dalla legge per le dichiarazioni del neo pentito, solo la magistratura può avere contatti con i mafiosi che decidono di passare dalla parte dello Stato.



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