Lagarde indagata: «Non penso a dimettermi» Accusa di negligenza nel caso Tapie I fatti risalgono al governo Sarkozy

Lagarde indagata: «Non penso a dimettermi» Accusa di negligenza nel caso Tapie I fatti risalgono al governo Sarkozy

Come ha fatto spesso nella sua carriera, anche questa volta Christine Lagarde prova a giocare d’anticipo. Due giorni fa, martedì 26 agosto, i magistrati della Corte di giustizia della Repubblica, l’equivalente del tribunale dei ministri, l’hanno interrogata per 15 ore in qualità «testimone assistito da un legale», una figura intermedia tra l’indiziato e una persona informata dei fatti. I giudici hanno chiesto conto alla direttrice del Fondo monetario internazionale di una vicenda che risale al 2008. A quell’epoca Lagarde era il ministro dell’Economia, con Nicolas Sarkozy presidente. E in quelle funzioni autorizzò il ricorso a un arbitrato privato che fruttò 400 milioni di euro all’imprenditore Bernard Tapie.
Che cosa abbiano deciso i giudici lo ha raccontato la stessa Lagarde, in una telefonata all’agenzia France Presse. «La Commissione istruttoria della Corte ha deciso di indagarmi per il reato di semplice negligenza». Naturalmente i giornalisti della France Presse hanno subito chiesto all’ex ministro se intendesse dimettersi dal Fmi. Risposta secca, in perfetto stile Lagarde: «No, non penso a dimettermi. Torno a lavorare questo pomeriggio stesso a Washington».
Ma il caso è tutt’altro che chiuso. Anzi, si può dire che cominci solo ora. Già nel 2011 sempre un francese, Dominique Strauss-Kahn, aveva dovuto lasciare il vertice del Fondo, dopo l’aggressione sessuale a una cameriera del Sofitel di New York. Il politico socialista francese se ne andò subito e non aveva alternative: difficile o forse impossibile guidare una grande istituzione come il Fmi facendo la spola nei tribunali, sotto la luce costante dei media di tutto il mondo. La liberaldemocratica Lagarde, 58 anni, rischia di trovarsi davanti lo stesso problema. Ma a differenza del suo predecessore, che perse la parola e sparì dalla circolazione, ha deciso di provare a gestire o almeno indirizzare l’aspetto più delicato, quello della comunicazione. Ecco allora che, dopo aver riferito la notizia, Lagarde offre anche la sua chiave di lettura: «Dopo tre anni di istruzione, dozzine di ore di audizioni, la Commissione si è dovuta arrendere all’evidenza che non sono stata complice di alcuna infrazione e dunque si è ridotta ad affermare che non sono state sufficientemente vigile nel corso dell’arbitrato in questione. Ho già chiesto al mio avvocato di esercitare tutti i ricorsi contro questa decisione che io considero totalmente infondata».
Sminuire le accuse, contrattaccare sul piano legale, riprendere subito possesso della poltrona di Washington.
Ma per la prima donna della storia alla guida del Fmi si prospettano settimane e forse mesi complicati. Innanzitutto per le conseguenze giudiziarie: la condanna per «negligenza» in qualità di ministro può essere punita con un anno di reclusione e, ma per Lagarde questo sarebbe il meno, 15 mila euro di ammenda. E poi c’è la sostanza di una brutta storia che chiama in causa il rapporto spesso opaco tra capitali e partiti. Il protagonista è uno dei personaggi più controversi del paesaggio politico-economico francese: Bernard Tapie, 71 anni, uomo dal multiforme ingegno, dai mille interessi e, anche, da qualche condanna penale. Imprenditore, europarlamentare socialista, ministro ai tempi del presidente François Mitterrand, patron della squadra di calcio Olympique Marsiglia (quattro scudetti e una Coppa dei Campioni, 1993) e infine attore. Nel 1991, all’apice della sua parabola, Tapie compra la quota di maggioranza dell’Adidas, multinazionale tedesca leader in campo sportivo. I soldi, però, li mette il Crédit Lyonnais, una mina vagante del sistema finanziario francese che di lì a qualche anno fallirà. Nel 1993 l’imprenditore chiede alla banca di vendere: l’operazione non è lineare e Tapie si sente danneggiato. Fa ricorso alla magistratura. Comincia un lungo iter nei tribunali. Finalmente nel 2005 la Corte d’appello riconosce a Tapie un risarcimento di 135 milioni. La Cassazione, però, ribalta il verdetto. E quel punto, siamo nel 2007, l’uomo d’affari compie due mosse che forse, questo il sospetto dei giudici oggi, erano collegate. Prima lascia il campo socialista e dichiara di voler appoggiare la candidatura a presidente di Sarkozy. Poi chiede al governo il via libera per ottenere un arbitrato privato sul dossier Adidas. La richiesta finisce sul tavolo del ministro dell’Economia, Christine Lagarde. Rapido esame e poi la risposta: d’accordo per l’arbitrato. La sentenza è clamorosa: Tapie è stato super danneggiato e quindi merita non 135, bensì 400 milioni di ristorno. Lagarde è investita dalle polemiche: l’opposizione le chiede di presentare subito ricorso contro l’arbitrato. Il ministro si rifiuta e quella scelta ora la insegue fino a Washington.
Giuseppe Sarcina


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