La Cia, i mercanti, le rotte dell’Est: corsa a vendere armi

La Cia, i mercanti, le rotte dell’Est: corsa a vendere armi

I signori delle armi si fregano le mani. La crisi irachena è una grande opportunità per vendere. Non che fossero scarsi a guerre, ma l’urgenza di aiutare Bagdad e curdi porterà guadagni. E per molto tempo.
In questi casi l’intelligence americana, che coordina una parte dei rifornimenti, ha i suoi fornitori. Da sempre la Cia costituisce scorte robuste in una base «segreta» in Texas, poco a nord di San Antonio. E’ Camp Stanley, noto nell’ambiente delle spie come «Midwest Depot». Capannoni e strutture dove sin dall’epoca della fallita invasione di Cuba, gli americani raccolgono armi che impiegano per operazioni coperte. C’è tutto quello che serve per equipaggiare un piccolo esercito. Con arnesi d’ogni tipo, molto spesso fabbricati nell’Est Europa. Sì, perché i clienti di Washington sparano con il Kalashnikov, con gli Rpg e le mitragliatrici Pkm. La stessa cosa fanno i peshmerga del Kurdistan.
Agenti e mercanti hanno le loro preferenze. Alcune storiche. Tra queste la Bulgaria. Molte «vie» passano dalla località di Kazanlak, dove c’è la fabbrica Arsenal 2000. In ottobre ha vinto il contratto per spedire bocche da fuoco e altro in Iraq, mezzi necessari per rimettere in piedi l’esercito di Bagdad poi chiamato a fronteggiare gli estremisti dell’Isis. Ma non è finita. L’arruolamento dei volontari nelle milizie sciite — coordinate dall’Iran — renderà necessari altri acquisti. La domanda sarà soddisfatta. A Sofia sanno come rispondere. E se una volta agivano con il Patto di Varsavia, oggi concludono intese con l’approvazione della Nato. E’ cambiato il logo, l’alleanza, ma gli AK sono quelli. Secondo i media statunitensi negli ultimi otto anni i bulgari hanno esportato 221 fucili d’assalto. Però, al solito, sono cifre per difetto in una piazza spesso affollata dagli intermediari bielorussi e ucraini.
Con il trascinarsi del conflitto siriano e le pressioni sulla Casa Bianca per aiutare la ribellione contro Assad, è partito un altro «giro». Le Sof, le unità speciali statunitensi, hanno cercato materiale poi passato a insorti di fiducia. Mitragliere e pezzi anticarro da montare sui pick up. Di nuovo si sono rivolti ai commercianti dell’Europa orientale. Parte del conto è stato pagato da sauditi e Qatar. Sono arrivati cannoncini pescati negli arsenali croati, surplus del conflitto balcanico. Quindi i sistemi occidentali Tow, probabilmente ceduti da eserciti arabi filoccidentali. Altre casse sono partite dalla Libia. E si è anche detto che l’Italia ha la sua dotazione di mitra e bombe da poter consegnare all’alleato di turno.
E’ un mondo animato da strani personaggi. Uomini che non si fermano davanti a nulla. Venderebbero tutto, anche la loro madre. E’ solo questione di prezzo. Ha fatto notizia Ara Dolarian, uomo d’affari basato in California ma con interessi ovunque ci sia un conflitto. Prima di vendere fucili, si occupava di maiali. E non sempre in modo corretto. E’ a lui che gli Usa si sono rivolti nel 2013 per il pacchetto da 588 mila dollari con il quale coprire le esigenze dei ribelli siriani. In realtà il mercante non ha sempre rispettato la parola data ed è finito sotto inchiesta per presunte irregolarità. Storia che ricorda quello di un imprenditore della Florida. Doveva fornire munizioni all’esercito afghano ed ha pensato bene di andare a comprarle in Albania, però facevano cilecca. D’origine cinese, erano troppo vecchie.
Capita anche che le spedizioni si perdano e che arrivino meno armi. Non poche decine, ma migliaia. E’ avvenuto in Iraq e in Afghanistan, dove gli Usa hanno mandato nell’arco di un decennio 700 mila fucili. A fine luglio il Dipartimento di Stato ha approvato 2 contratti del valore totale di un miliardo di dollari per fornire missili 5.000 Hellfire e pezzi di ricambio a Bagdad. Meglio hanno fatto i russi firmando, nel 2012, un accordo di 4,2 miliardi di dollari con l’Iraq. Così sono arrivati elicotteri d’assalto (M35, M28), caccia da supporto Sukhoi e razzi termobarici. Facile comprendere che il duello con l’Isis non sarà breve.
Guido Olimpio



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