Ma quella flessibilità è molto rigida

Ma quella flessibilità è molto rigida

È UNA flessibilità… molto rigida quella che ci è stata concessa dal vertice europeo. Quantificabile in circa 2-3 miliardi in più a disposizione nel 2015 e in un processo di riduzione del debito più lento negli anni successivi, a condizione però di attuare riforme importanti del lavoro, della pubblica amministrazione o dell’istruzione.
PER fortuna le prime due riforme sono nell’agenda del governo Renzi, sebbene ancora molto lontane dal traguardo. Speriamo che negli accordi presi a Bruxelles ci sia di più di quanto scritto nei comunicati ufficiali. Perché l’Europa, non solo l’Italia, ha bisogno di politiche espansive della Germania, di programmi infrastrutturali da finanziare in comune, a livello europeo, e di un accordo per lasciare svalutare la moneta comune. In ogni caso, invece di cantar vittoria, il governo italiano farebbe bene ad usare la condizionalità di Bruxelles per completare entro l’anno almeno una delle riforme in programma, rendendola pienamente operativa, con il varo dei rilevanti decreti attuativi.
Il testo sottoscritto dai capi di governo della Ue si limita a ribadire che c’è già abbastanza flessibilità nel Patto di Stabilità e Crescita e conferma che non possiamo spostare al 2016 l’obiettivo del bilancio strutturale in pareggio. Il messaggio è molto chiaro: i vincoli che ci impone l’Europa sono già flessibili, perché fissano obiettivi di finanza pubblica che tengono conto della congiuntura, dunque meno restrittivi quando l’economia va male e più stringenti quando l’economia tira. Quel che conta è il bilancio strutturale al netto delle misure una tantum. Il problema è che non è facile stabilire quanto del deficit pubblico è dovuto a fattori ciclici e quanto è strutturale. È una stima che ha margini di errore, in qualche modo arbitraria. Quella del g overno italiano, che ha previsioni più ottimistiche di quelle della Commissione sulla crescita nel 2014 e 2015, ci consente uno 0,1 di pil in più di deficit di quella della Commissione. Possiamo sperare che la Commissione allinei le sue stime a quelle del governo italiano, che potrà far valere l’assurdità dell’imposizione di correzioni alla politica fiscale di un paese sulla base di parametri soggetti a un forte grado di discrezionalità (gli stessi documenti ufficiali della Commissione riconoscono «l’incertezza che circonda queste stime»). Non sarà facile se il Commissario per gli Affari Economici sarà Jyrki Katainen anche nella nuova Commissione, dato che l’ex-premier finlandese ritiene che «non c’è nessuna ragione per andare più a fondo nel processo di integrazione della politica fiscale a livello europeo». Un altro miliardo e mezzo potrebbe venire dal non considerare il cofinanziamento italiano dei fondi strutturali nel computo del bilancio strutturale, ammesso e non concesso di riuscire da qui alla fine del 2014 a raddoppiare la nostra velocità nell’impegnare queste risorse, la cui destinazione (spesso discutibile) è comunque negoziata con Bruxelles. In ogni caso non sarà comunque questo 0,2% di pil in più a disposizione, tra revisioni delle stime e cofinanziamenti non contabilizzati, a cambiare la nostra vita. Possiamo, infine, ambire ad allungare il percorso di rientro del debito, su cui siamo peraltro già in forte ritardo rispetto agli impegni presi. Ma questo solo se sapremo fare delle riforme strutturali. Prima le facciamo, meglio è, ma per il momento non possiamo certo invocare questa clausola.
Speriamo, dunque, che la vera flessibilità sia quella che non è scritta nei comunicati ufficiali, che la Germania, colpita dall’ondata populista nei paesi del Sud, abbia deciso di caricare su di sé almeno un po’ del peso dell’aggiustamento sin qui richiesto unicamente ai paesi periferici, spendendo di più anziché chiedere agli altri di tagliare nel mezzo di una recessione o stagnazione. Speriamo anche che a Bruxelles si sia deciso di varare grandi programmi su beni pubblici europei, a partire dall’energia e dalla banda larga, finanziandoli con l’emissione di titoli garantiti in solido da diversi paesi.
In ogni caso la politica economica del governo Renzi dovrà passare dalla cruna dell’ago e non può permettersi alcun ridimensionamento del piano di tagli alla spesa pubblica che originariamente prevedeva 15 miliardi di risparmi nel 2015. Non basteranno certo i 5 oggi preventivati, soprattutto perché la metà di questi risparmi era già stata impegnata dal governo Letta. Occorrerà anche sfruttare al meglio ogni euro disponibile migliorando la composizione di entrate fiscali e spese e giocando su operazioni di rientro del debito più graduali, ad esempio allineando i contributi previdenziali dei lavoratori dipendenti a quelli degli autonomi, un’operazione che fa aumentare il disavanzo, ma non il debito implicito, perché i minori contributi di oggi equivalgono a meno spesa pensionistica in futuro. Fondamentale trovare al più presto coperture definitive per il bonus di 80 euro, sin qui finanziato solo con interventi temporanei. Solo in questo modo lo si renderà sostenibile, dunque credibile agli occhi di chi deve decidere se spendere questi soldi o metterli da parte in previsione di nuove tasse. I primi dati sui consumi di cui ha dato notizia questo giornale sembrano indicare che il bonus sin qui non ha avuto gli effetti desiderati sui consumi perché i beneficiari hanno preferito mettere questi soldi da parte, temendo per il loro futuro. Le indagini campionarie ci dicono che gli italiani oggi sono eccessivamente pessimisti su quali saranno le loro pensioni. Per informarli adeguatamente basterebbe mandare a tutti i contribuenti italiani un estratto conto previdenziale con previsioni sulle loro pensioni future. In presenza di molti testimoni, il Ministro Poletti si è impegnato a mandare a casa di tutti i contribuenti questi rendiconti, il cui formato è già stato da tempo definito dall’Inps e dal Ministero del Lavoro, entro l’inizio del mese di luglio. Vorremmo ricordargli che mancano ormai solo 3 giorni alla fine del mese. Speriamo che le buste siano già partite.



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