Egitto, boia confermato per gli islamisti e 15 anni al blogger

Si avvi­cina il boia per i lea­der dei Fra­telli musul­mani egi­ziani. La Corte penale di Giza ha con­fer­mato la con­danna a morte per la guida suprema del movi­mento, Moham­med Badie, l’ex segre­ta­rio del par­tito Libertà e giu­sti­zia, Moham­med Bel­tagy, e il diri­gente Saf­wat Hegazy, che sareb­bero col­pe­voli degli scon­tri intorno alla moschea Isti­qama, dopo il colpo di stato mili­tare del 3 luglio scorso.

Non solo, la Corte penale di Minya ha con­fer­mato la pena di morte per 183 degli oltre 700 isla­mi­sti, con­dan­nati in primo grado, per i vio­lenti scon­tri che hanno avuto luogo nella città lo scorso ago­sto, dopo lo sgom­bero del sit-in isla­mi­sta di Rabaa al Ada­weya. Solo il gran muftì della moschea di Al Azhar ha ora il potere di gra­zia. Amne­sty Inter­na­tio­nal ha chie­sto la can­cel­la­zione imme­diata della sentenza.

Ma anche la sorte degli atti­vi­sti laici non è meno fune­sta. Il blog­ger Alaa Abdel Fat­tah è stato con­dan­nato a 15 anni di reclu­sione per aver vio­lato la legge anti-proteste dopo aver par­te­ci­pato a una mani­fe­sta­zione paci­fica con­tro la norma che impe­di­sce le con­te­sta­zioni, lo scorso novem­bre. L’attivista socia­li­sta indi­pen­dente ha subito cen­sure e lun­ghi periodi di reclu­sione durante la fase di tran­si­zione gestita dalla giunta mili­tare (2011–2012), è stato messo sotto inchie­sta nell’anno di governo isla­mi­sta e ha pas­sato cento giorni in car­cere con l’ultimo governo ad inte­rim. Per richie­dere la can­cel­la­zione della legge anti-proteste e il rila­scio dei dete­nuti poli­tici, 6 aprile, i Socia­li­sti rivo­lu­zio­nari ed Egitto forte hanno mar­ciato ieri verso il palazzo pre­si­den­ziale al Cairo. Rila­scio invece per il gior­na­li­sta di Al Jazeera, Abdal­lah El Shamy, per le sue gravi con­di­zioni dopo mesi di digiuno.

Si è già inse­diato invece il secondo governo, tar­gato Ibra­him Mahleb, uomo di Muba­rak e pre­mier ad inte­rim uscente. Non ci sono novità di rilievo nel nuovo ese­cu­tivo: restano in sella il mini­stro della Difesa (carica cen­trale per gli equi­li­bri di potere secondo la nuova Costi­tu­zione), Sedki Sobhi, e il san­gui­na­rio mini­stro dell’Interno, Moham­med Ibra­him. Spicca invece il nome del nuovo mini­stro degli Esteri, Sameh Shou­kry, dal 2008 al 2012 amba­scia­tore egi­ziano negli Stati uniti. Non solo, è stato dis­solto il mini­stero dell’Informazione (respon­sa­bile di con­trollo e cen­sura di cen­ti­naia di atti­vi­sti anti-regime) per creare il con­si­glio supremo dell’Informazione, i cui poteri non sono ancora chiari.
Per risol­vere poi la crisi ener­ge­tica, dopo gli attac­chi jiha­di­sti ai gasdotti nel Sinai e lo stop all’esportazione di gas verso Israele e Gior­da­nia (2012), le imprese ener­ge­ti­che Usa (Noble) e l’israeliana Delek si sono impe­gnate a rimet­tere in moto il mer­cato ener­ge­tico egi­ziano, riat­ti­vando la pro­du­zione dei gasdotti, fermi o a basso regime dall’avvio delle rivolte. L’idea è nata anche in seguito alle sco­perte di gas nelle acque del campo Tamar. E così in mag­gio è stata appro­vata una let­tera di intenti tra Union Fenosa Gas (di cui fa parte Eni), che opera negli impianti di Damietta e Tamar. L’ Egitto è il secondo pro­dut­tore di gas in Africa, gra­zie alla gestione del Canale di Suez e della Suez-Med Pipe­line. L’accordo potrebbe risol­vere i con­ti­nui pro­blemi ener­ge­tici del paese. Rimet­tere in mar­cia le espor­ta­zioni di gas potrebbe com­por­tare però nuovi tagli alla spesa pub­blica e al sistema dei sus­sidi, met­te­rendo in ginoc­chio la fra­gile eco­no­mia del paese.



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