Dostoevskij a Motta Visconti

Dostoevskij a Motta Visconti

BENCHÉ la scena del crimine fosse meticolosamente costruita in modo da far pensare a una rapina “andata a male”, come si dice, era inverosimile che dei rapinatori si prendessero la briga di uccidere un bambino di venti mesi, che non avrebbe potuto testimoniare contro di loro. Questa ragionevole osservazione, pressoché universalmente avanzata, ha una conseguenza: che se è inverosimile che dei rapinatori sgozzino, oltre a una giovane madre e alla figlioletta di cinque anni, il piccolo di venti mesi, è verosimile che lo faccia il loro uomo, marito e padre. Da lui non era ragionevole aspettarsi che risparmiasse nessuno: doveva liberarsi della sua famiglia, dunque di sua moglie e delle due creature che da lei erano venute e con lei dovevano andare. Logica e morale hanno il loro banco di prova in fatti di cronaca nerissima come questo: non è del tutto vero dunque che siano incomprensibili, inconcepibili, pazzeschi.
Il caso è stato risolto rapidamente, come aveva auspicato il capo della procura pavese: nel giorno stesso in cui è stato risolto, a quasi quattro anni di distanza, un altro caso orribile, quello che aveva avuto per vittima Yara Gambirasio. Nel giorno e mezzo che è durato il mistero sul triplice assassinio di Motta Visconti, abbiamo fatto in tempo a sentire un gran numero di testimoni accorati assicurare che quella era una famiglia felice, esemplarmente felice. Ecco un’altra nozione che la cronaca nera dichiara sospetta se non losca: la famiglia felice. Viene voglia di correggere Tolstoj così, che tutte le famiglie felici sono infelici a loro modo. Non è così, naturalmente, e ci sono davvero famiglie felici o semplicemente affettuose, pazienti, rispettose, altruiste. È Dostoevskij, e non Tolstoj, a render conto di un avvenimento come quello del sabato notte di Motta Visconti, la notte di Italia-Inghilterra. Dostoevskij avrebbe ritagliato la pagina di cronaca e l’avrebbe fatta ripetere tal quale da Ivan Karamazov. Un giovane uomo dalla famiglia felice pensa che la notte della partita inaugurale dell’Italia nei campionati del mondo sia l’occasione per liberarsi dei pesi e rinnovare la propria vita. Prima della mezzanotte, quando la bambina, che andrà a scuola dopo l’estate, dorme nella sua stanzetta, e il piccolo dorme nel letto grande, l’uomo ha “un momento d’intimità”, dicono gli inquirenti, o forse ha detto lui, con sua moglie: “fanno l’amore”, insomma, nel soggiorno della loro casa. Lui va in mutande in cucina, prende un coltello da cucina, un coltello da uxoricidio, torna e la pugnala alle spalle, poi, mentre lei lo guarda e ancora gli parla, la stordisce e la sgozza. Poi va a fare lo stesso coi due bambini, “nel sonno”, dice, benignamente. Poi mette accuratamente in disordine la casa, come avrebbero fatto, secondo lui, dei rapinatori. Poi va a lavarsi e vestirsi, esce, butta il coltello in un tombino, raggiunge gli amici al bar e si unisce ai festeggiamenti nella notte che torna a essere anche per lui la notte di Italia-Inghilterra. Esulta in modo particolarmente acceso per i gol dell’Italia, si commuove, magari. Torna a casa, si attarda in garage — per non far rumore, per non svegliarli — rientra e scopre il disordine e il sangue e i cadaveri e dà l’allarme. Non si può fare niente di più che raccontare come sono andate le cose, come lui le ha raccontate, il primo racconto e poi il secondo. Non si può esercitarsi a rispondere a domande: perché ha fatto l’amore con lei prima? Perché ha pensato di cavarsela? Perché è arrivato a una simile esaltazione e insieme a una simile freddezza? Bisogna fermarsi alle cose come sono andate. “Perché?” — avrebbe potuto chiederlo solo la sua bambinetta, nell’intervallo fra il sonno e la morte, che lui vorrebbe cancellare. “Perché?” — gli ha chiesto sua moglie, mentre lui l’accoltellava: “Perché mi fai questo?”.
Ivan Karamazov avrebbe raccontato quello che scrivono le cronache, e non avrebbe trovato risposta alla domanda: perché tanto male inflitto ai bambini, perché la sofferenza dei bambini? Noi siamo forse più attenti, o almeno possiamo esserlo, al male inflitto a quella madre e alle donne che gli uomini uccidono. Dostoevskij credeva ancora all’inganno tragico degli uomini che uccidono per amore, e il suo Idiota, il sublime principe Myskin, abbraccerebbe forse l’uomo che ha assassinato la sua famiglia come il più bisognoso dei fratelli, senza attenuare perciò il proprio orrore, e anzi scegliendo di uscire di senno per non rassegnarsi a una simile realtà.
L’uomo di Motta Visconti — un paese che, come ogni altro, non meritava di farsi un nome così — troverà forse anche lui chi lo abbracci, per generosità o per ottusità. Alla fine della sua confessione, dicono, ha chiesto piangendo: “E ora datemi il massimo della pena”. Frase detestabile, nessun massimo della pena può commisurarsi a quello che ha fatto. Avesse chiesto il minimo della pena, non sarebbe parso più fuori luogo. Ha anche detto, pare, di essere stato indotto a sbarazzarsi della famiglia, a filo di coltello piuttosto che con un comune noioso divorzio, per amore di un’altra donna, peraltro insensibile a lui. Mi è tornato in mente quel marito pakistano di una giovane donna lapidata a Lahore dai suoi famigliari, per essersi sposata “per amore”. A sua volta, l’uomo aveva ucciso la sua prima moglie, per essere libero di sposarla: “per amore”. Tanto vicine sono le infelicità delle famiglie felici, e i loro padri e mariti.



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