Né indennità né fiducia. Nel nuovo Senato entreranno in 148, ecco i criteri di scelta

Né indennità né fiducia. Nel nuovo Senato entreranno in 148, ecco i criteri di scelta

ROMA — Dopo 15 giorni di consultazioni, il governo cambia il nome ma non la sostanza. Nel progetto costituzionale di Matteo Renzi, Maria Elena Boschi e Graziano Delrio, la Camera alta si chiama Senato delle Autonomie e non più Assemblea delle Autonomie ma è lo stesso un ramo minore del Parlamento, marginale rispetto alla Camera dei deputati che invece non viene toccata dallo tsunami riformatore. È questo il prezzo che si deve pagare per forza allo scardinamento del bicameralismo paritario, ha detto il premier confermando che la sua cura dimagrante riguarda solo ed esclusivamente Palazzo Madama (compreso il suo personale): «Non è solo una questione di taglio dei costi ma anche di efficienza del processo legislativo». Per cui, ha concluso Renzi, «seppure rispettabili» sono da respingere al mittente le tesi di chi vorrebbe far dimagrire contestualmente Camera e Senato per giungere allo stesso risultato di riduzione del numero dei parlamentari.
Senatori regionali
Non eletti a suffragio universale, non retribuiti (perché già pagati a livello locale), spogliati delle immunità, ingaggiati sostanzialmente part time, i nuovi inquilini di Palazzo Madama saranno 148 in tutto, compresi i 5 attuali senatori a vita e avranno le mostrine dei sindaci, dei consiglieri regionali, dei governatori, dei presidenti delle Province autonome. In pratica, ogni regione manderà al Senato sei senatori: una quota fissa (uguale per Valle d’Aosta e Lombardia, ad esempio) che Anci e governatori hanno inutilmente tentato di far cambiare al governo. Restano, poi, i 21 senatori speciali (comunque senza indennità), nominati dal capo dello Stato per altissimi meriti nel campo sociale, artistico, letterario e scientifico. Restano gli attuali senatori a vita (senza indennità anche loro) ma in futuro non ne verranno nominati altri mentre gli ex presidenti della Repubblica faranno parte del Senato perché «quella è l’assemblea meno politica», ha detto il ministro Boschi.
Le leggi le fa la Camera
Il Senato ridimensionato non è più il contraltare della Camera. In futuro la Camera alta non potrà esercitarsi nello sport del ping pong, alimentando la cosiddetta «navetta» delle leggi tra i due rami del Parlamento. Il Senato delle Autonomie rappresenterà i territori e non la nazione ma potrà occuparsi ugualmente delle leggi di revisione costituzionale (l’articolo 138 non viene toccato): e qui potrebbe sorgere un problema con la Consulta perché non è chiaro se i senatori eletti con meccanismo di secondo grado (sindaci eletti da un’assemblea di sindaci, consiglieri regionali eletti dai consigli regionali) e non direttamente dai cittadini possano poi concorrere a cambiare la Costituzione: «Il problema non sussiste», taglia corto Renzi. Fermo restando che la Camera rimane l’unica assemblea legislativa, il Senato potrà proporre modifiche ai testi di legge solo in alcune materie: tra le altre, le norme generali sul governo del territorio, Roma Capitale, sistema di elezione per il Senato, competenze legislative divise tra Stato e Regioni, ratifica trattati Ue. La Camera con maggioranza assoluta dei suoi componenti può anche ignorare le proposte di modifica avanzate dal Senato.
I disegni di legge e i decreti
Il testo modifica l’articolo 72 della Costituzione introducendo una corsia preferenziale per i disegni di legge del governo che, passati 60 giorni dalla loro presentazione, dovranno essere votati articolo per articolo senza modifiche dalla Camera. Questa procedura d’urgenza — su consiglio dei numerosi e autorevoli costituzionalisti che hanno avuto contatti con il ministro Boschi — è stata mitigata da una limitazione della decretazione d’urgenza. Nell’ultima stesura del testo del governo, infatti, viene costituzionalizzato ciò che già è scritto nella legge ordinaria. E cioè che i decreti legge «recano misure di immediata applicazione e di contenuto specifico, omogeno, corrispondente al titolo». Sarebbe quindi finita l’era dei ddl di conversione omnibus in cui entrava di tutto e di più anche a causa delle frequenti imboscate parlamentari.
Lo Stato e le Regioni
La legislazione esclusiva dello Stato aumenta a dismisura a scapito delle Regioni, che hanno sempre meno margini di manovra. Tra le altre materie esclusive dello Stato, il ddl ha inserito ora anche le norme generali per la tutela della salute, la sicurezza alimentare, la tutela e la sicurezza del lavoro, l’ambiente, l’ecosistema, i beni culturali e paesaggistici, turismo, protezione civile, sport e, ovviamente, infrastrutture strategiche.
Le Province
Ora davvero spariscono dalla Costituzione.
Dino Martirano


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