Turchia, così Erdogan controlla i giornalisti

«L’ONORE del giornalismo è stato calpestato. Ogni giorno ci cade addosso una pioggia di direttive. Si può scrivere quello che si vuole? Tutti hanno paura. È risaputo che chiunque lavori nei media affronta queste situazioni. Un giorno si saprà che tutti sono nella mia situazione».
È una confessione vera e propria quella di Fatih Altayli, uno dei più importanti direttori di media turchi, prima a Sabah, poi volto noto della tv, oggi al quotidiano Haberturk.
Seguire le sue parole, lunedì sera alla Cnn-Turk, è stato uno shock per molti nel Paese. Un Paese dove la libertà di stampa appare ora un’emergenza assoluta. Un tema sul quale l’Europa, di cui la Turchia aspira a far parte, potrebbe incidere fortemente rispetto ad argomenti meno decisivi.
Tre giorni fa, su Internet, sono uscite le registrazioni degli ordini distribuiti per telefono dal premier Tayyip Erdogan a direttori di giornali e tv. Quali? Ad esempio, cambiare una notizia sullo schermo. Oppure, togliere un articolo sgradito. Le risposte dei direttori di molti grandi giornali sono state spesso sempre uguali: «Sì, signore!». «Sarà fatto subito, signore!».
E la paura si diffonde. Da qualche tempo, in Turchia, i giornalisti vengono licenziati a grappoli. Gli ultimi, per l’appunto, sono tre reporter del quotidiano Haberturk, cacciati dopo una chiamata del “sultano” per avere pubblicato una notizia critica verso il governo. Altre registrazioni emerse sulla rete hanno permesso di ascoltare due dirigenti di un giornale mentre si preparano a modificare i risultati di un sondaggio, a vantaggio del partito islamico.
Non tutti, però, stanno zitti. «Fosse successo in Inghilterra o in qualsiasi altra democrazia — dice Yavuz Baydar, ex garante dei lettori (poi licenziato) — il premier si sarebbe immediatamente dimesso. Ma qui no: Erdogan va avanti come se niente fosse. E così i direttori dei media ». I media turchi stanno diventando «come la Pravda» sovietica, avverte Devlet Bahceli, capo del Partito di azione nazionalista, la seconda compagine di opposizione. E la socialdemocratica Emine Ulker Tarhan commenta: «La Turchia è diventata un Paese nel quale titoli dei giornali e programmi tv possono essere cambiati con una telefonata ».
Come sono finite in rete le telefonate del premier? Probabilmente per iniziativa dei magi-strati, rimossi nelle ultime settimane da Erdogan per le loro inchieste sulla corruzione del governo. Dopo la rivolta di Gezi Park lo scorso giugno, costata 5 morti nelle dimostrazioni contro il pugno di ferro adottato dal premier, la piazza si è virtualmente riunita in Internet. Strumento odiato da Erdogan, e contro il quale il Parlamento di Ankara (composto a maggioranza da deputati del partito islamico che guida un governo monocolore) la scorsa settimana ha votato una legge-bavaglio, dopo che lo stesso premier aveva già denunciato Twitter e Facebook come «la più grande minaccia alla società».
Ieri l’uomo forte del Paese ha reagito con la consueta asprezza: «Nessuno può darci lezioni», ha tuonato in Parlamento. E all’emittente araba Al Jazeera ha dichiarato: «La Turchia è molto più libera di praticamente tutti i Paesi UE». Il 30 marzo ci saranno elezioni amministrative. Ad Ankara, però, cominciano a contare come un voto dirimente sul governo conservatore islamico.


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