Primavere arabe, promossa soltanto la Tunisia

La speranza di Tunisi e la delusione del Cairo: tre anni dopo, è il bilancio delle Primavere arabe dell’ong americana Freedom House, che pubblicherà tra pochi giorni il rapporto annuale «sulla libertà del mondo». Ne anticipa le principali tendenze il direttore della sezione Medio Oriente e Nord Africa Charles Dunne. Mentre i tunisini celebrano il terzo anniversario della loro rivoluzione con «un governo islamista che ha saputo gestire il potere in modo inclusivo, cedendo il passo a una squadra incaricata di gestire la transizione e di organizzare nuove elezioni», commenta Dunne al telefono con il Corriere , gli egiziani votano invece una nuova Costituzione che «offre alcune libertà religiose in più ma stabilisce fermamente l’esercito come garante del potere: un passo indietro rispetto a un governo democraticamente eletto per quanto estremamente carente; e il ritorno degli oligarchi, dei burocrati e delle forze della sicurezza». Guardando allo stato delle libertà (incluse quelle politiche, di espressione e religiose) negli altri Paesi dove nel 2011 s’è levato il vento di rivolta, Dunne nutre speranze per la Libia, dal 2012 classificata come «parzialmente libera»: «Nonostante la mancanza di sicurezza e il potere delle milizie, si registra lo sviluppo di una società civile attiva e il desiderio di creare un nuovo contesto politico». Ma l’ottimismo finisce qui: in Yemen restano i problemi ereditati dal regime di Saleh, benché il dialogo politico offra a lungo termine delle speranze; in Bahrein la repressione e l’interpretazione delle rivolte degli sciiti come un altro fronte dello scontro di potere tra sauditi e Iran offre scarse prospettive di miglioramento. Per la Siria, già un anno fa classificata come uno dei 9 Paesi «meno liberi del mondo», Freedom House parla oggi di «crimini di genocidio» mentre l’Onu chiede al mondo 6,5 miliardi di dollari per aiutare il Paese. Prima che questi Stati siano «liberi», il direttore prevede molti anniversari. Ma a renderlo ottimista è qualcosa che è già «successo irreversibilmente nel 2011»: s’è infranto «il mito dell’immutabilità politica», spiega. «Nell’intera regione, la gente crede nel cambiamento».
Viviana Mazza


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