L’ultima trattativa tra Renzi e Alfano Il nodo del premio

ROMA — Oggi alle 16, alla Direzione del Pd, Matteo Renzi metterà le carte sul tavolo. La giornata di ieri è trascorsa nelle trattative tra il Partito democratico e il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, per cercare di raggiungere un’intesa sul modello elettorale al quale hanno dato il via libera Renzi e Silvio Berlusconi nell’incontro di sabato al Nazareno. Non c’è stato l’atteso faccia a faccia serale Renzi-Alfano, a Bologna, ma i contatti sono continuati fino a tarda sera con una telefonata e, parallelamente, continue verifiche con il Quirinale. Il punto «sensibile» della trattativa finale è la soglia per accedere al premio di maggioranza, con il 35 per cento considerato troppo basso.
Il segretario dei democratici, nel pomeriggio, è andato a Parma, dove ha incontrato Pier Luigi Bersani, in convalescenza dopo il malore. Renzi spiega che l’obiettivo della riforma «è a portata di mano, dopo 20 anni di chiacchiere. Facciamo quanto promesso: no alla palude». E a chi si affretta a contestare questo o quel punto del modello anticipato dai giornali, il leader del Pd spiega: «Suggerisco a chi critica la legge di aspettare almeno di sapere come è fatta». Un accordo che è «trasparente e alla luce del sole», sottolinea Renzi. Nel pacchetto, insieme alla legge elettorale, c’è anche la riforma del Titolo V e la fine del bicameralismo perfetto, con la trasformazione del Senato in Camera delle Autonomie. La sinossi renziana è a effetto: «Non ci saranno più i partiti a ricattare (come è accaduto troppe volte), non ci saranno più mille parlamentari e non ci saranno più i rimborsoni dei consiglieri regionali. Però, forse, ridaremo credibilità alla politica».
Sulla strada di Renzi c’è ancora Angelino Alfano, che sembra avere apprezzato le ultime rettifiche al modello di legge, ma che ieri a In mezz’ora , da Lucia Annunziata, ha avanzato alcune «richieste» specifiche. Sulle prime tre non sembrano esserci grandi problemi: indicazione chiara del leader della coalizione, premio per la coalizione che assicuri la governabilità e sbarramento vero intorno al 4 per cento, per far fuori dal Parlamento i piccoli partiti. La quarta, invece, sembra destinata a essere respinta da Renzi: «No a un Parlamento di nominati — dice Alfano — dateci la possibilità di sceglierci il deputato» con le preferenze. La questione è stata oggetto di trattative per tutta la giornata tra Renzi e Alfano, via sms.
Soddisfatto, per ora, Berlusconi. Che in un collegamento telefonico con un club di Forza Italia in Val di Susa, si è detto convinto che il bipolarismo è la chiave per assicurare all’Italia la governabilità: «Il premio di cui stiamo discutendo con Renzi, consentirà di avere una larga maggioranza, potendo decidere e approvare le leggi in Parlamento».
Renzi, però, deve fare i conti anche con l’opposizione interna. Il più duro è Stefano Fassina, che si è dimesso da viceministro anche in seguito alla battuta di Renzi («Fassina chi?»): «Da ieri pomeriggio la legge è un po’ meno uguale per tutti — dice da Maria Latella, a Sky Tg24 — Mi sono un po’ vergognato come dirigente del Pd nel vedere l’incontro Renzi con Berlusconi». Fassina assicura che non farà alcuna scissione. Critico, ma con toni meno virulenti, anche Gianni Cuperlo: «Da quanto tempo Berlusconi non dominava le prime pagine per il suo ruolo politico? Vogliamo tutti le riforme, ma il metodo è sbagliato. Giusto discutere con Forza Italia, ma il prezzo non può essere risuscitare chi abbiamo combattuto». Sulla stessa linea Lorenzo Dellai, di Per l’Italia: «Renzi ha consentito il ritorno di Berlusconi a una centralità politica che si era fortemente affievolita».
Ovviamente critico anche Beppe Grillo, sia pure con il suo stile: «Renzie ce l’ha più grosso di tutti, o per lo meno lo crede. Lui è lì perché l’hanno votato 3 milioni di persone delle primarie. Gabibbo compreso». Preoccupati gli altri partiti, come dice su Twitter il segretario della Lega Matteo Salvini: «Renzi e Berlusconi pensano alla legge elettorale con tutti i problemi italiani… mi preoccupa, ci vogliono far fuori».
Alessandro Trocino


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