Via D’Amelio, l’affondo di Boccassini «L’avevo detto che il pentito mentiva»

CALTANISSETTA —La sintesi più efficace, a metà interrogatorio, la fa il procuratore Sergio Lari, quando chiede a Ilda Boccassini se ricorda una nota a sua firma del 12 ottobre 1994, e commenta: «Se all’epoca fosse stata presa in considerazione, oggi non saremmo arrivati a questo punto». Il punto, a vent’anni dai fatti, è un processo dove si giudica il depistaggio del falso pentito Vincenzo Scarantino, che s’inventò di aver partecipato alla strage di via D’Amelio in cui morirono Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta, accusando altri innocenti. Ilda Boccassini, oggi procuratore aggiunto a Milano, all’epoca era un pubblico ministero applicato da due anni agli eccidi del ’92, e aveva interrogato lei stessa l’aspirante pentito Scarantino. Lasciando scritto, scaduto il periodo di destinazione in Sicilia, che su quel presunto mafioso c’erano mille dubbi da chiarire.
«Perplessità sulla caratura del personaggio le avemmo da subito — spiega il magistrato davanti alla Corte d’assise che sta processando alcuni nuovi presunti esecutori materiali della strage, e lo stesso Scarantino per calunnia —, ma proprio la sua deposizione da aspirante collaboratore fu per me la prova che era un mentitore, che stava raccontando un sacco di fregnacce. Ed era pericoloso perché con le sue dichiarazioni coinvolgeva collaboratori che invece consideravamo autentici».
Durante l’estate, racconta la Boccassini, lei si dichiarò disponibile a rinunciare alle ferie per cercare subito i riscontri che potessero smascherare la paventata inattendibilità di Scarantino, ma il procuratore Tinebra le rispose che non era necessario. Arrivato l’autunno, prima di tornare a Milano, lei e il collega Roberto Saieva misero nero su bianco i lati oscuri di quello strano pentito, le evidenti discrepanze nelle sue confessioni: «Il mio impegno fu di avvisare che si stava prendendo una strada pericolosa». L’appunto, dov’erano indicati punto per punto gli accertamenti da compiere per valutare le incongruenze di Scarantino doveva servire da promemoria per una riunione tra i titolari delle indagini, che però non ci fu mai: «Fu rinviata giorno dopo giorno, fino al momento della mia partenza — ricorda Boccassini —, evidentemente i colleghi avevano altro da fare».
Il risultato fu che il dichiarante venne considerato credibile, e sulle sue dichiarazioni vennero inflitti diversi ergastoli. Finché nel 2008 arrivò il pentito Gaspare Spatuzza, a smentirlo e a fargli confessare l’imbroglio (insieme agli altri due artefici del depistaggio, Salvatore Candura e Francesco Andriotta).
Della «relazione Boccassini» sull’inaffidabilità di Scarantino alla Procura di Caltanissetta non è stata trovata traccia, è saltata fuori dagli uffici giudiziari palermitani. L’interessata non conosce i motivi per cui il suo allarme fu disatteso, il lavoro fu portato avanti da altri pm, di cui Boccasini ricorda qualche nome: «Carmelo Petralia, Annamaria Palma appena arrivata, Nino Di Matteo», il sostituto procuratore che oggi a Palermo indaga sulla trattativa, oggetto delle ultime minacce di Totò Riina.
Alcuni magistrati che tra il 1992 e il ’94 lavoravano sulla strage di via D’Amelio hanno riferito di essersi fidati dell’intuito e delle rassicurazioni di Arnaldo La Barbera (morto nel 2002), il dirigente della squadra mobile di Palermo che guidava il gruppo investigativo sulle stragi; in pratica presero per buono il suo lavoro, senza ulteriori approfondimenti. Ma Ilda Boccassini, che con La Barbera ha collaborato a lungo, dice: «Il dominus dell’indagine resta sempre il pubblico ministero, mai l’investigatore; sono i pm che devono aver deciso di andare avanti con Scarantino. Non possiamo immaginare un Paese dove un investigatore può far soccombere l’autorità giudiziaria, se così fosse sarebbe grave». Il pm ebbe un ruolo nell’allontanamento dalle indagini di Gioacchino Genchi, l’ex poliziotto già collaboratore di La Barbera: «Aveva un atteggiamento non istituzionale, voleva indagare sulla vita privata di Falcone, al di là delle esigenze investigative».
Boccassini ricorda che in altre occasioni La Barbera, seppure convinto di una pista d’indagine, tornò sui suoi passi di fronte a elementi che la smentivano; e rammenta che pure lui, su Scarantino, aveva manifestato perplessità. Ma dopo la partenza da Caltanissetta del pm milanese, nessuno ha più fermato la valanga del falso pentito.
Giovanni Bianconi


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