Dal pugile alla diva I volti della protesta per l’Ucraina europea

KIEV — Gliele cantano chiare con Ruslana. Picchiano duro con Vitali. E grazie a Petro, mangiano gratis. La folla di piazza Maidan attende il nemico in un fortino assediato: barricate di mobilia, filo spinato, legna a cataste, addobbi natalizi regalati dai negozianti. Il presidio è a oltranza con comizi e canzoni, pane al lardo e zuppa fumante, falò e generatori. Ma per ottenere cosa? Andare in Europa o scappare dai russi? Rovesciare il presidente o eleggerne un altro?
D’arancione non ha molto, questa rivoluzione 2013, e dallo stallo dell’occupazione non si esce a rivedere le stelle d’una soluzione. Il governo Azarov si scusa per le botte, ma scansa un voto di sfiducia e non si dimette. Il presidente Yanukovich, cocco di Putin, se ne va in visita all’estero. Pure il segretario americano Kerry scansa la visita a Kiev. Aspettare, dunque. E tener duro con quel che si ha, cercando magari un capo, se c’è. L’ugola d’oro Ruslana Lyzycko, la Mina d’Ucraina, che sale sul palco in pantaloni tigrati e urla «la Russia ha paura di noi!…»? Il pugno d’acciaio Vitali Klitschko, tre volte mondiale dei massimi, che non vuole stare alle corde e allerta il servizio d’ordine, «attenti agli infiltrati!…»? O magari il re del cioccolato Petro Poroshenko, uno dei 1.200 più ricchi del mondo (Forbes dixit), che da ministro degli Esteri negoziava l’ingresso in Europa e oggi provvede a qualche salmeria di questa campagna d’inverno, «il piccolo prezzo della libertà»?
Leader senza quid. Senza la treccia carismatica di Yulia Tymoshenko, senza la tetta facile delle Femen: in mancanza d’altro sono Ruslana, Vitali, Petro le immaginette della nuova protesta. Carezzate quanto le madonnine che i manifestanti appendono alla casupola per la distribuzione del cordiale. Di certo più amate del gelido Arseniy Yatsenuk, l’economista che pure è qui a battersi contro l’insegnamento del russo nelle scuole, o dell’ultranazionalista Oleg Tiagnibok, black block scivolato su qualche frase antisemita e perciò un po’ silenziato. L’unico programma comune è quello di dieci anni fa: cacciare «la gang di Yanukovich». In scia, sogni diversi e ambizioni spaiate. Perché su questa piazza si balla anche coi lupi, per citare una canzone di Ruslana, che a 40 anni sa d’essere la più fotogenica e un po’ ci gioca: vincitrice Eurofestival, ambasciatrice Unicef, fa gli scioperi della fame per la Tymoshenko ed è già stata in Parlamento, le tv russe la censurano perché parla sempre male di Putin e dei predatori di gas, si batte contro la malagiustizia e per sottrarre le ucraine alla prostituzione in Europa. Strappa gli applausi quando dice: «La rivoluzione arancione non avrà ottenuto molto, ma almeno sono spariti i vigili che chiedevano soldi per togliere le multe». Molto più defilato, e meno appariscente, è invece il paperone Poroshenko: le famose torte di Kiev della sua fabbrica di cioccolato, la Roshen, sono finite sulla lista nera di Putin (vietato esportarle in Russia: ingredienti «non a norma»). Un miliardo di fatturato e 10mila dipendenti, Petro fa soldi anche con le tv, è chiacchierato per qualche mazzetta, detesta la Timoshenko. E soprattutto non ama il pugile, la vera star della rivolta, perché capisce che Vitali si gioca la vita politica e cerca il ko.
Il ring di piazza Maidan è solo il primo round, per Klitschko: lui sogna l’Ucraina, s’è candidato alla presidenza 2015 e il ministro Fabius l’ha invitato a Parigi. Giaccone spalancato nell’imbrunire sottozero, megafono coi nastrini gialloblù, due metri per 114 kg, scacchi e buone letture, passaporto tedesco e moglie modella, figlio d’un eroico ufficiale che a Cernobyl s’ammalò di tumore: il «Dottor pugno d’acciaio» s’è fatto un partito e l’ha chiamato Pugno, inutile dire diretto a chi. Dovrà decidere se lasciare il titolo mondiale, intanto garantisce d’aver guadagnato abbastanza per non dover chiedere tangenti. «Se qualcuno ci prova, lo stendo». In una casta corrotta, è già qualcosa.
Francesco Battistini


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