Strage nell’oleificio, in appello sconti e rabbia

ROMA — La colpa è anche di chi quel giorno saltò in aria. Questo ha stabilito venerdì la Corte d’Appello di Perugia per il disastro della Umbria Olii di Campello sul Clitumno, dove il 25 novembre del 2006 quattro operai morirono nell’esplosione di alcuni silos contenenti olio di sansa e gas esano. I giudici hanno ridotto da 7 anni e mezzo a 5 anni e 2 mesi la condanna per omicidio colposo all’ex titolare della Umbria Olii, Giorgio Del Papa. Assolvendolo
però dall’accusa più infamante, l’“omissione dolosa di cautele antinfortunistiche”. Reato che invece è stato confermato in Appello al processo Thyssen. Il termine è tecnico, ma la sostanza è semplice: Del Papa era accusato di non aver avvisato della presenza di gas esano altamente infiammabile nel silos 95. Di quell’inferno che si scatenò non appena gli uomini accesero la fiamma ossidrica ora è ritenuto responsabile, con un concorso di colpa pari a un terzo, anche il titolare della ditta di manutenzione, deceduto quel giorno con i suoi tre operai.
«Una sentenza sconcertante — strilla Mario Bravi, segretario della Cgil dell’Umbria — Maurizio Manili e i suoi uomini Giuseppe Coletti, Vladimir Todhe e Tullio Mottini, erano convinti di lavorare a un serbatoio contenente olio d’oliva. La logica del “tutti colpevoli, nessun colpevole” è devastante quando si tratta di difendere la sicurezza sui luoghi di lavoro». Bisognerà attendere 90 giorni per leggere le motivazioni della Corte d’Appello, di cui però si possono già anticipare gli estremi di “negligenza” o “imperizia” imputati a carico di Manili. Per adesso si fanno i conti con le conseguenze del pronunciamento. Perché c’è un paradosso, in questa storia.
Se anche la Cassazione confermerà il giudizio di secondo grado, in un’eventuale processo civile, la Manili srl (ora in liquidazione), potrebbe trovarsi nella posizione di dover risarcire i familiari dei suoi operai, la Regione, il Comune, lo Stato. Addirittura anche la stessa Umbria Olii. Del Papa infatti, che ha usato tutte le armi possibili «al confine del diritto», come segnalò in aula a Spoleto il pm, per evitare il processo, ha chiesto alle famiglie delle vittime ben 35,3 milioni di euro per il danno aziendale. Nel caso, assai remoto, che gli venissero riconosciuti, la società dovrebbe pagare 12 milioni. «Il concorso di colpa mi sembra un’ipotesi irrealistica — dice Roberto Romani, legale della famiglia Manili — la dimostrazione della buona fede di Maurizio è che lui era lì, stava lavorando con i suoi operai. E come loro, è morto».


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