La marcia lunga trent’anni

PARIGI. Trent’anni fa, il 3 dicembre ’83, la «Marcia per l’eguaglianza e contro il razzismo» era arrivata a Parigi. Centomila persone erano presenti all’arrivo. Il presidente, François Mitterrand, aveva ricevuto una delegazione dei «marciatori» all’Eliseo e concesso un diritto – la carta di soggiorno di dieci anni per gli immigrati – che i marciatori non avevano chiesto, perché erano ragazzi di nazionalità francese.
Erano partiti in poco più di una decina da Marsiglia, due mesi prima, il 15 ottobre ’83. A Lione, dove uno degli ideatori di questa Marcia, l’allora giovanissimo Toumi Djaïdja, era stato ferito gravemente da un agente che gli aveva sparato addosso mentre il ragazzo difendeva un amico aggredito da un cane poliziotto, i «marciatori» erano già più di mille. Quella rivolta pacifica, che aveva attraversato tutta la Francia, più di mille chilometri per denunciare le aggressioni razziste e chiedere l’eguaglianza dei diritti, fa ormai parte della storia francese, anche se secondo un sondaggio OpinionWay realizzato ad ottobre solo il 19% se la ricorda.
Il 27 novembre è però uscito il primo film su questo avvenimento, La Marche, realizzato dal regista belga Nabil Ben Yadir. Varie azioni commemorative sono previste per ricordare quella data, convegni, spettacoli, una Carovana della memoria in 15 tappe organizzata dall’associazione Ac Le Feu! nata in seguito alla rivolta delle banlieues del 2005. «Si tratta di ricordare la storia, ma anche di riflettere sull’integrazione – afferma François Lamy, oggi sottosegretario alle aree urbane, che nell’83 aveva fatto parte del servizio d’ordine della Marcia – in trent’anni, è emersa una classe media di origine immigrata, che continua però a sbattere contro il soffitto di vetro» nella Francia del 2013.
L’ombra del Fronte nazionale
Allora, la Marcia era partita un mese dopo la prima vittoria elettorale del Fronte nazionale, a Dreux, oggi i sondaggi rivelano che il partito di Marine Le Pen potrebbe essere in testa alle prossime europee.
Nell’83, per la prima volta, in Francia emerge nello spazio pubblico la seconda generazione dell’immigrazione maghrebina, che rivendica il proprio posto nella cittadinanza. Le rivendicazioni di allora sono ancora attuali, anche se le forme di lotta sono molto cambiate. In mezzo, c’è stata la grande disillusione, la sensazione diffusa che l’approccio pacifico «alla Gandhi» si sia concluso sostanzialmente con un fallimento. Nell’eredità di quell’avvenimento c’è molta amarezza. Nell’84, un anno dopo la Marcia, nasce Sos Racisme, che molti «marciatori» hanno accusato di aver recuperato la mobilitazione. Segno dei tempi: Sos Racisme ha «dimenticato» ad ottobre di ricordare l’inizio della Marcia, mentre ha celebrato Martin Luther King e i cinquant’anni della marcia per i diritti civici negli Usa, a cui la Marche francese si era ispirata. François Lamy ha posto una lapide di commemorazione nel quartiere delle Minguettes, nella periferia di Lione, ma Toumi Djaïdja, che pubblica un libro sulla Marche, ha rifiutato di incontrare il sottosegretario. «Per trent’anni – ha spiegato – ho nutrito la speranza che l’eguaglianza delle possibilità fosse il cantiere permanente della Repubblica. Ma oggi, malgrado alcuni veri passi avanti, l’ineguaglianza colpisce ancora, addirittura di più». I giovani di seconda generazione chiedevano allora l’eguaglianza dei diritti, che però non è stata seguita dall’eguaglianza reale, nel senso che sono mancati gli investimenti, i ghetti si sono ampliati, le discriminazioni continuano. Harlem Désir, fondatore di Sos Racisme e oggi segretario del Ps, lo ammette: la Marcia «è stata l’irruzione nel dibattito politico dei figli dell’immigrazione. Moltissime cose sono cambiate da allora. Siamo ormai in un’altra era. Non avremmo mai immaginato quello che è successo nel ’98, con l’identificazione a Zidane. Oggi sembra normalissimo che la portavoce del governo si chiamo Najat Vallaud-Belkacem. Ma allo stesso tempo il nostro paese resta profondamente segnato dalla ghettizzazione, dal dibattito sull’immigrazione, dal voto per l’estrema destra, dalle fratture identitarie».
La promessa di Mitterrand
Alle ultime presidenziali, un giovane socialista di Marsiglia, Nassurdine Haidari, aveva raccolto centinaia di firme per la sua petizione «Non marceremo più» (in francese c’è un doppio senso: «marciare» e «credere ingenuamente»), che denunciava le disillusioni della politica. Hollande dovrebbe ricordare ufficialmente l’arrivo della Marcia a Parigi, ma nei fatti una delle rivendicazioni di allora – il voto per gli immigrati alle elezioni locali – che era una promessa di Mitterrand ribadita dal presidente attuale, non è mai stata onorata.
La violenza contro i marciatori
La ricorrenza dei trent’anni dalla Marcia permette di ricordare la situazione drammatica di allora per i giovani francesi figli di immigrati. La guerra d’Algeria era finita da tempo, ma «fino ad allora i maghrebini erano percepiti come temporanei – afferma lo storico Pascal Blanchard – avevano partecipato alla guerra, erano venuti come lavoratori, ma nel ’73-’75 con il raggruppamento famigliare la situazione cambia. Il tempo delle colonie è finto, il tempo dell’immigrazione temporanea è finito, questo ci dice la Marcia». In quel periodo la violenza della polizia è inaudita. «La Francia di allora era molto più violenta», dice uno degli attori del film La Marche, il popolare Jammel Debbouze. I marciatori sono stati più volte minacciati da uomini armati. Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, decine di giovani erano stati uccisi in scontri a fuoco con agenti, a Strasburgo, Marsiglia, Tours, Lione, nella periferia parigina. Fino al caso di Toumi Djaïdja, alle Minguettes, che dà origine alla Marcia: un prete cattolico, Christian Delorme, e un pastore protestante, Jean Coustil, in reazione alle accuse ingiuste contro il giovane ferito dal poliziotto, hanno l’idea di una Marcia pacifica. La rivendicazione di base era di voler essere «come tutti gli altri» (che sarà poi seguita da una seconda Marcia, meno massiccia, nell’84). Oggi, le modalità di lotta sono cambiate, non c’è più l’ingenuità e l’entusiasmo dei tempi della Marcia. C’è maggiore pragmatismo. I giovani sono stati scottati dall’indifferenza della politica nei loro confronti. «La marcia è stata una vittoria morale, non politica» riassume Louis-Georges Tin, presidente del Cran (Consiglio rappresentativo delle associazioni nere). E aggiunge: «Quello che ricordiamo è il tradimento della sinistra». Le domande di eguaglianza si sono spostate verso rivendicazioni che una parte dei francesi percepisce come «comunitarie», che riguardano la pratica religiosa dell’islam.
Un rap contro «Charlie Hebdo»
Sintomatica di questo slittamento è la polemica che oppone in questi giorni il settimanale satirico Charlie Hebdo e una canzone rap, uscita in parallelo con il film di Nabil Ben Yadir. Si tratta di una canzone collettiva, dove in uno dei brani, quello del giovane rapper Nekfeu, si invoca «un autodafé contro quei cani di Charlie Hebdo», colpevoli di aver pubblicato qualche anno fa le vignette su Maometto del quotidiano danese Jyllands Posten. Charb, caporedattore di Charlie Hebdo, accusa il rapper di aver scritto un «canto religioso comunitario». Un altro rapper presente nel disco, Taïro, cerca di riportare la ragione per spegnere l’incendio: «I marciatori erano un movimento laico, un’avventura umana. Il film non difende i musulmani, difende i figli di immigrati. Nekfeu ha voluto difendere i suoi amici musulmani oggi, ma non era il posto per farlo. Le caricature di Charlie Hebdo non sono nulla rispetto alle pallottole che i marciatori hanno ricevuto. Allo stesso tempo, il giornale crea un caso dal nulla».


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