L’intesa con l’alleato Il sorriso, la battuta e le parole da leader

La fine del berlusconismo, annunciata troppe volte, non verrà per un voto dei parlamentari, ma degli elettori. Però ieri, per la prima volta, Letta è stato un leader. E non solo per la V di vittoria cui si è lasciato andare in favore di telecamera. Qualcosa è scattato tra la fiducia al Senato e il discorso a Montecitorio. Se al mattino il presidente del Consiglio era stato prudente, cauto, «democristiano» come ripetevano un po’ tutti a Palazzo Madama, il pomeriggio è stato netto nel precisare che «la fiducia l’avrei avuta comunque», anche senza la svolta repentina di Berlusconi. E ha distinto la «maggioranza numerica», con il Cavaliere, dalla «maggioranza politica», con Alfano e i veri alleati, chiarendo che governerà con questa e non con quella.
Nel frattempo è accaduto di tutto. L’hanno chiamato il presidente francese Hollande, il presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, il premier belga Di Rupo, pure la neopremier slovena Bratusek. «A livello europeo non c’è mai stata tanta attenzione verso l’Italia. E neanche tanto terrore…», ha sorriso Letta a fine giornata con i collaboratori. Però considera altrettanto importanti le sollecitazioni di Confindustria, dei sindacati, di tanta gente comune: “Si sente chiaramente che la pazienza degli italiani è finita — ha ammesso nelle conversazioni informali —. Se non riusciamo a dare risposte alle loro attese, allora meglio che andiamo tutti a casa. In tal caso non mi farò logorare; sarò io a tirare le conseguenze per primo. Se invece riusciamo a lavorare bene insieme, a tagliare le tasse sul lavoro, a completare i pagamenti alle imprese, ad agganciare la ripresa…». In tal caso, è il sottinteso, il governo può arrivare tranquillamente al 2015 se non oltre.
Il discorso a Palazzo Madama è stato oltremodo moderato, non solo nei toni di voce. Letta ha evocato gli anni felici del centrismo e del primo centrosinistra, quando i presidenti del Consiglio erano «quasi sempre gli stessi tre» (De Gasperi, Fanfani, Moro). Ha indicato nel 1968 l’inizio di ogni male. Ha aperto citando Einaudi e chiuso con Croce, due liberali monarchici. A Berlusconi non ha concesso all’apparenza nulla — «un conto è il governo, un altro sono le questioni giudiziarie» —, ma ha suonato anche qualche nota gradita al Cavaliere: il lavoro dei saggi sulle riforme istituzionali compresa quella della giustizia, la necessità di evitare «sia leggi ad personam sia leggi contra personam», l’amnistia su cui Napolitano prepara il suo primo messaggio alle Camere. Nel lungo dibattito il premier non ha quasi mai scaldato i cuori ma non ha neppure dato segni di impazienza, neppure quando Bondi lo ha coperto di improperi. Quando invece Berlusconi ha annunciato a sorpresa la fiducia, Letta ha sorriso — «E’ un grande…» —, ma poi ha lavorato affinché la spaccatura dentro il Pdl non rientrasse del tutto, in modo da dissipare il più possibile l’idea che il Cavaliere sia ancora azionista del governo. Il modo in cui Letta ha esaltato i presunti successi è parso eccessivo: i dati della disoccupazione e gli indicatori economici restano pessimi. Ma proprio la gravità della situazione rende indispensabile la stabilità. Anche ieri in qualche modo l’opinione pubblica si è fatta sentire dentro il Palazzo: gli italiani non sono entusiasti del governo Letta-Alfano, ma sanno che sarebbe peggio non avere nessun governo.
Poteva essere davvero il giorno della caduta; invece la scelta — elogiata nella nota serale del Colle — di affrontare la crisi a viso aperto, in Parlamento, ha pagato, sia pure non soltanto per merito suo. Il premier ha potuto contare sul sostegno di Napolitano (che dopo la penosa vicenda delle accuse fatte trapelare con un fuorionda televisivo ha rotto definitivamente con Berlusconi). E ha verificato che l’intesa con Alfano è salda, forse anche più di quanto pensasse. È proprio questo il timore di Matteo Renzi: che i due ex giovani democristiani si mettano d’accordo su una legge elettorale proporzionale, che seppellisca il bipolarismo e perpetui l’attuale alleanza, trasformandola se non in nuovo partito in una formula politica. Perciò il sindaco di Firenze ha scelto di prendersi il Pd. Dopo un periodo di gelo, il pranzo di martedì a Palazzo Chigi (propiziato da Franceschini) ha segnato l’inizio di una tregua. Visto anche il vuoto che si è aperto a destra, Letta e Renzi hanno buone chance di essere i protagonisti della politica dei prossimi anni, ed entrambi vogliono evitare di logorarsi in una guerra senza vincitori come quella tra D’Alema e Veltroni. Del resto, il momento dello scontro non è adesso. I due cominciano a prepararsi a una possibile competizione per la candidatura a Palazzo Chigi subito dopo la fine del semestre europeo, a inizio 2015. L’esito dipenderà da come Renzi avrà fatto il segretario Pd, e soprattutto da come Letta avrà fatto il presidente del Consiglio.
Aldo Cazzullo


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