Scarcerata Inés del Río

MADRID. Dopo 26 anni reclusione, l’ex membro di Eta Inés del Río è tornata ieri in libertà. È la prima beneficiaria della storica sentenza del Tribunale per i diritti umani di Strasburgo, che lunedì ha accolto in via definitiva il ricorso dell’ex etarra del Comando Madrid, dichiarando illegale la cosiddetta dottrina Parot. Così – dal nome del primo detenuto di Eta a cui fu applicata – è conosciuta una normativa del 2006 dettata dal Tribunale Supremo spagnolo che, per reati di particolare gravità, ammette l’applicazione degli sconti di pena non sul periodo massimo di detenzione (che per la legge spagnole è di 30 anni) bensì sul totale degli anni di reclusione inflitti dalla condanna. Un ergastolo camuffato, in sostanza, che «viola la Carta europea dei diritti umani» e che in questi anni è stato applicato soprattutto ai prigionieri di Eta.
La scarcerazione di Del Río è stata decisa all’unanimità da un collegio di 17 magistrati dell’Audiencia nacional, che si sono limitati a rendere esecutiva la sentenza «vincolante» dettata da Strasburgo. Il caso è destinato ovviamente a sollevare aspre e durature polemiche, proprio al culmine del processo di pacificazione che dovrebbe risolversi nei prossimi mesi con la consegna dell’arsenale di Eta. L’associazione delle vittime ha già chiamato alla mobilitazione per domenica prossima, appoggiata da buona parte dell’opinione pubblica, sulla quale le cicatrici recenti del terrorismo non sono ancora del tutto rimarginate.
La sinistra Abertzale, più vicina alle posizioni politiche di Eta, ha espresso soddisfazione: «Inizia a sgretolarsi il muro della politica carceraria», ha dichiarato, e ha chiesto l’immediata scarcerazione di tutti i detenuti etarras a cui è stata applicata la dottrina Parot. Attualmente la giustizia spagnola deve valutare 58 riscorsi contro la normativa (quasi tutti di ex membri di Eta): il governo – che si è espresso immediatamente in sostegno della dottrina Parot – ha dichiarato che esaminerà caso per caso, sapendo che l’atteggiamento che adotterà avrà prevedibili conseguenze sulle ultime battute del lungo processo di pacificazione. La Izquierda Abertzale, d’altra parte lo ha detto forte e chiaro, chiedendo all’esecutivo di essere «responsabile» e di abbandonare l’inflessibilità dimostrata finora in materia penitenziaria nei confronti degli etarras.
A caldo, ad ogni modo, il Pp ha mostrato il pugno di ferro: il ministro degli Interni Jorge Fernández Díaz ha definito la dottrina Parot un «efficace strumento per la lotta contro il terrorismo» lasciando intendere che il governo non applicherà sistematicamente la sentenza di Strasburgo.
Un atteggiamento che strizza l’occhio ai settori più giustizialisti e retrivi della società e del partito e che, con una certa demagogia, vorrebbe semplificare la questione e ridurla a uno scontro tra familiari delle vittime e terroristi, mentre il dibattito – pur toccando inevitabilmente la storia recente del paese e le più di 800 morti causate da Eta – ha una portata più ampia che comprende i concetti di stato di diritto e di diritti umani.
Tra i popolari, qualcuno ha anche chiamato in causa Zapatero, affermando che la decisione di Strasburgo sarebbe l’esito del processo di negoziazione intrapreso dall’ex primo ministro socialista con Eta. Il Psoe, dal canto suo, ha «accettato la sentenza Parot» manifestando però rincrescimento per il dolore che la decisione ha causato alle vittime e ai familiari.
Anche la sinistra radicale ha commentato favorevolmente la bocciatura della dottrina Parot: Izquierda unida ha parlato di una sentenza «conforme al diritto». Sempre dalle fila di Iu, il deputato Alberto Garzón, ha accolto via Twitter la decisione del Tribunale dei diritti umani come «una buona notizia», scatenando una bufera di polemiche con tanto di minacce di morte giunte da un militante della gioventù del Partito popolare.


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