Obama-Putin, in scena il Grande Freddo

SAN PIETROBURGO (Russia) — Al ristorante del G-20 una «band» locale – pianista che fa scorrere sulla tastiera il tallone dei suoi stivali bianchi da «cow boy», chitarrista che si propone come un Elvis biondo e un po’ appesantito – fa esplodere un rock’n roll assordante e americanissimo. Ma la simpatia russa per gli Usa finisce qui: più in là, nelle sale del summit, va in scena il grande gelo tra Obama e Putin. All’aeroporto, a ricevere il presidente americano c’è un funzionario di secondo piano, un rappresentante del vicegovernatore di San Pietroburgo. Quando Obama arriva al Kostantinovskiy Palace, l’antica dimora zarista fatta restaurare da Vladimir Putin e scelta come sede di questo G-20, quello col padrone di casa è un incontro di misurata cordialità: 15 secondi di sorrisi tirati, battute cortesi. Niente abbracci o altri gesti confidenziali.
Il solco che aveva diviso Putin e Obama tre mesi fa, al G-8 di Lough Erne, è diventato una trincea e poi una voragine con l’asilo politico concesso dai russi a Edward Snowden e col massacro chimico alla periferia di Damasco che ha fatto precipitare la crisi siriana, spingendo Washington a preparare una reazione armata. Tra minacce e promesse di riaprire il dialogo all’Onu, Putin aveva intimato al leader americano di non lanciare l’attacco definito illegale.
Obama ha deciso di aspettare, ma per ottenere un voto di sostegno del Congresso all’azione militare, non perché creda alle aperture. Cancellata la prevista visita di Obama al Cremlino, a San Pietroburgo è andata così in scena il duello a distanza tra i due leader. Con Putin che non si scompone per la freddezza americana («Obama non è stato eletto per essere accondiscendente con i russi e lo stesso vale, a parti invertite, per me: siamo leader nazionali, non amici»), ma poi lo ripaga mandando il suo portavoce Vladmir Peskov, a giudicare, in un’affollatissima conferenza stampa, le attività spionistiche antiterrorismo della NSA americana, gravi quanto il terrorismo. E a condannare l’eventuale attacco in Siria come una grave violazione del diritto internazionale. Aggiungendo che tutti i Paesi emergenti vedono in questa rappresaglia il rischio di ripercussioni negative per l’economia mondiale.
Con la sessione pomeridiana alla Strelna, la sede del G-20, dedicata ai del rilancio economico, al lavoro e alla lotta all’elusione fiscale, il momento del confronto sulla Siria è arrivato all’ora di cena, negli sfarzosi saloni di Peterhof, la Versailles russa che fu residenza estiva dello zar Pietro il Grande.
Putin sognava di isolare il «guerriero» Obama ormai vicino a lanciare un attacco unilaterale contro il regime di Damasco, così come al G-8 di tre mesi fa era stato il presidente russo a restare isolato nella difesa del dittatore di Damasco. Ma nella cena dei Venti, Obama ha trovato il sostegno non solo della Francia, ma anche di altri Paesi interessati all’intervento come Turchia e Arabia Saudita.
Putin ha lasciato spazio al segretario Onu, Ban Ki-moon, per il quale le armi chimiche sono state usate: un crimine che va sanzionato ma nella cornice di una soluzione politica. Replica di Obama e Hollande: prima lo «strike», una punizione circoscritta per Assad, poi Ginevra 2, un altro tentativo di conferenza di pace.
La Casa Bianca non crede più che ci siano margini per tornare all’Onu: Putin ha tutte le prove sull’uso di armi chimiche ma ha ugualmente bloccato tutte le iniziative contro Assad, anche le più blande. E’ stato un vero muro contro muro quello tra i due. Qualcuno, facendo ricorso a un po’ di fantapolitica, immagina che possa essersi stemperato nella notte fredda, sotto l’immenso cielo del Grande Nord, quando Obama e Putin si sono ritirati in due dacie non molto distanti, sulle rive del mar Baltico. Potrebbe essere stato quello il momento di una conversazione informale, meno tesa proprio perché svolta lontano dai riflettori.
Scenario suggestivo ma improbabile: il rapporto umano tra i due è compromesso. Obama vede nel vertice dei 20 Paesi-guida del mondo solo un palcoscenico per riproporre le sue ragioni e rinnovale gli sforzi di costruire una coalizione che dia alla missione punitiva contro il dittatore di Damasco l’aspetto di iniziativa multilaterale.
Sull’altro fronte ieri per tutta la giornata Putin aveva lavorato – e con un certo successo – per allargare la coalizione contraria all’intervento militare, con le dichiarazioni in questo senso della Ue, della Cina e degli altri Paesi emergenti. E anche con l’appello di papa Francesco, che il portavoce di Putin è stato lesto a catalogare tra gli interventi a sostegno della soluzione politica della crisi caldeggiata dalla Russia. E oggi a San Pietroburgo arriva il negoziatore Lakhdar Brahimi, l’inviato speciale di Onu e lega Araba.
Ma la Casa Bianca, come detto, ha ormai voltato pagina. Obama considera Putin in malafede e, irritato anche dal tentativo russo di portare lo scompiglio al Congresso dove vuole inviare alcuni membri della Duma per propagandare la tesi del non intervento in Siria, ieri, oltre a dialogare con gli altri leader, ha passato molto tempo al telefono a cercare di convincere i membri di Camera e Senato ancora incerti su come schierarsi nell’imminente voto sulla rappresaglia contro Assad.
Massimo Gaggi


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