La solitudine di Stephen, immune all’Aids

NEW YORK — «È difficile vivere con questo dolore, quest’angoscia continua: ogni anno perdi persone care. Sei, sette. Anche la settimana scorsa: sfoglio un giornale e trovo il necrologio di un amico carissimo. È dura quando l’Aids si porta via amici così giovani e la cosa va avanti per decenni. Come in una guerra senza fine». Era il 1999 quando Stephen Crohn, l’artista gay divenuto famoso in tutto il mondo come l’uomo immune all’Aids, raccontava in un’intervista televisiva la fatica di vivere — o meglio di sopravvivere — agli amici che morivano intorno a lui.
Stephen ha combattuto a lungo coi suoi fantasmi e i suoi rimorsi, ma alla fine ha ceduto e si è suicidato. Se n’è andato in silenzio, a 66 anni, qui a New York, la sua città. È successo il 23 agosto, ma i familiari hanno fatto trapelare la notizia solo in questi giorni. Ucciso da un’invulnerabilità percepita come una gabbia, una condanna a vivere, anziché una fortuna. Perseguitato dall’angoscia per non aver seguito il destino di tanti suoi cari; anzi, per l’impossibilità di seguirlo a causa di un difetto genetico che aveva reso i suoi globuli bianchi immuni al virus Hiv, quello che provoca l’Aids.
Difficile comprendere le cause ultime di un suicidio. In questo caso, poi, ti puoi interrogare sul perché di un gesto così disperato a tanta distanza dagli anni in cui questo artista estroverso — allora un trentenne che si divideva tra la pittura e l’attività di editor delle guide di viaggi Fodor’s — aveva subito le perdite più dolorose. Il tremendo virus aveva colpito Crohn negli affetti più cari quando ancora nessuno sapeva cosa fosse l’Aids: nel 1978 Jerry Green, il ginnasta suo compagno di vita, perse all’improvviso 15 chili, diventò cieco e cominciò a contrarre ogni tipo di infezione. Morì nel 1982, due anni prima della scoperta di questa micidiale malattia del sistema immunitario.
Fu il primo di tanti, nella comunità omosessuale di New York. Ma Crohn, che pure conduceva una vita sessuale molto attiva e non aveva mai preso precauzioni, anno dopo anno veniva risparmiato dal virus. Il motivo lo scoprì quando andò a raccontare il suo caso agli scienziati che stavano studiando il nuovo flagello. Ci volle poco a scoprire che un raro difetto genetico rendeva le cellule di Crohn impermeabili al virus: il malfunzionamento di un ricettore, il Ccr5, teneva il virus dell’Hiv fuori dalle cellule, impedendo all’infezione dell’Aids di scatenarsi. Lo spiegò, a suo modo, lo stesso Crohn: «Per attaccarti, il virus ha bisogno di infilare due chiavi nelle due toppe che ci sono sulle tue cellule. Ma nelle mie una di queste due toppe non esiste proprio».
Più che «graziato», Stephen si sentiva condannato a sopravvivere ai suoi cari. Anche se sono due casi e due vicende umane molto diverse, si è tentati di fare un parallelo con Primo Levi, corroso dall’angoscia per essere uscito vivo dal campo di sterminio nazista di Auschwitz. Levi, che si tolse la vita nel 1987, dopo l’Olocausto trovò una ragione di sopravvivenza nella missione di lasciare coi suoi scritti una testimonianza di quella pagina terribile della storia dell’umanità.
A Crohn il motivo per sopravvivere glielo ha dato la scienza: il suo caso venne studiato a fondo e, partendo proprio dalla malformazione delle cellule di Stephen, venne creato un farmaco che blocca il ricettore Ccr5. In sostanza un tentativo di riprodurre artificialmente la malattia genetica che chiude le porte all’Aids. Risultati non definitivi, ma questo medicinale è ora finito in alcuni dei «cocktail» che hanno reso l’Aids cronicizzabile e, quindi, curabile.
«Quella della ricerca deve essere una tradizione di famiglia» diceva Stephen, quando aveva ancora la forza di fare dell’ironia, riferendosi al fatto di essere il nipote di Burrill Crohn, lo scopritore dell’omonimo morbo intestinale. Ma ormai Crohn non serviva più nemmeno alla scienza. E ha deciso di farla finita.


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