«Grosse Koalition», decideranno 472 mila iscritti alla Spd

Un paio d’ore prima, l’ex candidato cancelliere Peer Steinbrück aveva comunicato la sua rinuncia a qualsiasi nuovo incarico. L’organismo riunitosi a Berlino per valutare il risultato elettorale di una settimana fa è la massima istanza decisionale del partito tra un congresso federale e l’altro: più vasto della direzione ( Parteivorstand ), raggruppa oltre duecento delegati territoriali «di peso». Che, evidentemente, si sono fatti sentire. A quanto pare, dunque, la Spd si appresta a decidere nella maniera più democratica possibile sulla formazione o meno di un governo di coalizione guidato da Angela Merkel, uscita vincitrice dalle urne di domenica scorsa.

La prossima settimana cominceranno gli incontri esplorativi fra le due maggiori forze politiche, al termine dei quali ciascun partito valuterà se ci sono le condizioni per imbastire vere e proprie trattative per la formazione dell’esecutivo. I democristiani della Cdu-Csu danno già per scontato che, per quanto li riguarda, così sarà: ora che i liberali della Fdp sono fuori dal Parlamento, la Spd è dichiaratamente la partner prediletta di Merkel. L’esperienza della precedente grande coalizione insegna. Il ruolo degli iscritti socialdemocratici, tuttavia, genera preoccupazione. La «politica seria», si sa, non ammette troppa partecipazione. In una classica divisione di ruoli fra poliziotto buono e cattivo, ieri la Cdu ha espresso apprezzamento per la scelta dell’assemblea Spd di dare inizio ai colloqui esplorativi, mentre la bavarese Csu ha tuonato contro il coinvolgimento della base del possibile alleato di governo. «Bisogna fare in fretta, e la dirigenza socialdemocratica deve assumersi le proprie responsabilità»: questo il messaggio poco conciliante del leader Horst Seehofer, governatore del Land più conservatore della Germania.

La fase che si apre sarà densa di mosse tattiche, calcoli e bluff. I democristiani sanno di poter contare su due potenti armi da usare nelle trattative con la Spd: un altro possibile alleato, i Verdi, e la minaccia di ritorno immediato al voto. Un patto fra democristiani ed ecologisti sarebbe una novità assoluta: difficile da far digerire a una parte delle rispettive basi, ma non impossibile. L’ala moderata dei Grünen è da tempo impegnata nel creare le condizioni perché prima o poi il governo federale sia retto da una simile coalizione: «contano i temi, non le sigle», è l’indicazione che giunge. Il ritorno alle urne è un’arma di ricatto ancora più forte. Tutti danno per scontato che a essere puniti dagli elettori sarebbero i socialdemocratici, «colpevoli» di non aver voluto garantire al Paese «un governo stabile»: gli spettri della Repubblica di Weimar ancora aleggiano. Inoltre, in quell’eventualità appare altrettanto probabile che la liberale Fdp, dopo lo shock di domenica 22, riuscirebbe ad ottenere quella manciata di voti in più che le farebbero superare lo sbarramento: e sarebbe di nuovo governo di centro-destra. I dirigenti della Spd lo sanno, e temono quest’ipotesi molto di più che finire all’opposizione di un inedito esecutivo democristiano-ambientalista. Anche se, a parole, negano.

Prima che il prossimo gabinetto Merkel nasca, dunque, potrebbero passare mesi. Durante i quali, un’altra interessante partita sarà sul tavolo da gioco minore, dove si sperimenteranno soluzioni politiche con maggiore libertà: il Parlamento regionale dell’Assia, fresco di rielezione domenica scorsa. Nella regione di Francoforte è possibile ogni sorta di maggioranza, tranne quelle tradizionali Cdu-Fdp e Spd-Verdi. Una scelta a favore di una coalizione delle sinistre, che comprenda anche la Linke, potrebbe essere per la Spd una sorta di contro-bilanciamento dell’alleanza con Merkel a livello federale, utile a tranquillizzare una base che non digerisce l’abbraccio con la cancelliera. E a suggerire, forse, la possibilità di «ribaltoni» a metà legislatura: i numeri per un governo Spd-Verdi-Linke, infatti, ci sono.


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