«Via il velo in tribunale» Vacilla il modello inglese

LONDRA — «In un’aula di tribunale, durante la deposizione, il niqab è vietato». Il giudice Peter Murphy, della «Crown Court» di Blackfriars a Londra, ha portato la questione al tavolo del governo e del parlamento: per lui una donna musulmana non può coprire il volto quando è chiamata a testimoniare o a discolparsi. E la motivazione è che «vedere la persona citata in giudizio risulta cruciale al fine di valutare la sua deposizione».
Per ora, il giudice è ricorso a un compromesso (niente niqab, semmai uno schermo alle spalle per impedire al pubblico e agli avvocati di guardare) ma trattandosi di una soluzione provvisoria ha sollecitato Westminster ad approvare una legge con le linee guida per rispondere alla domanda: quando e dove è giusto chiedere a una signora o a una ragazza islamica di togliere il velo e di mostrare la faccia?
Tema delicato che costringe a riflettere e a definire una soluzione «per chiudere le falle ultrasecolari del sistema giudiziario» (parole del magistrato). Downing Street è già intervenuta. David Cameron non ritiene opportuna una decisione del Parlamento «su che cosa una persona debba indossare o non indossare nelle strade». Però, una volta garantito il principio generale, è ipotizzabile e necessario in determinate circostanze che vi sia qualche deroga, ad esempio negli ospedali, nelle scuole, nei tribunali. I laburisti e i liberaldemocratici sono sulla stessa lunghezza d’onda: nessuna imposizione e rispetto delle scelte religiose ma va concessa la delega alle singole istituzioni affinché valutino se e come disciplinare l’uso del niqab o del burqa.
Downing Street e Westminster non sono del parere di percorrere la strada francese, il divieto per via legislativa, ma ritengono che una risposta vada comunque data. Le donne musulmane che nel Regno Unito si velano sono una «minoranza nella minoranza», come annota il Consiglio della associazioni islamiche, ma in continuo aumento, specie fra le giovani generazioni, fra le figlie degli immigrati, nate e vissute in Gran Bretagna, richiamate o da una certa interpretazione della fede o dai costumi imposti dalle famiglie o magari solo per emulazione delle amiche. Molte scuole e università si chiedono se negli istituti e nelle ore di lezione sia consentito o no. In un college universitario di Birmingham nei giorni scorsi è scattato il divieto, poi momentaneamente sospeso. Adesso tocca a una corte di giustizia.
Peter Murphy deve risolvere il caso di una ventiduenne (identità non rivelata ufficialmente, nome in codice «D») accusata di intimidazioni. La giovane si è presentata con un vestito nero, guanti neri e il niqab nero. Gambe coperte. Bocca, naso e capelli nascosti. Più che il reato contestato, la vera controversia è diventata l’abbigliamento dell’imputata. «È mio diritto manifestare il credo religioso, lo dice l’articolo nove della Convenzione Europea sui diritti umani». Per niente intenzionata a togliere il velo ha costretto il giudice a valutare il modo migliore di procedere. «La corte ha il massimo rispetto di tutte le fedi, delle tradizioni, delle pratiche religiose» resta comunque il problema contingente: è possibile giudicare la credibilità di un’imputata o una testimone senza avere la possibilità di vederle il volto e le espressioni?
Il magistrato ha adottato un compromesso. Via il niqab e volto libero davanti ai magistrati. Ma ha deliberato che alla prossima udienza, in novembre, la ventiduenne «D» possa avere alle spalle uno schermo per essere protetta dallo sguardo del pubblico e dei ritrattisti (in Gran Bretagna i fotografi non sono ammessi nei tribunali). Soluzione moderata. La prima del genere per il sistema di giustizia britannico. Accompagnata da un appello dello stesso magistrato: siano il Parlamento e l’Alta Corte a stabilire una regola certa sul velo islamico. «È una questione fondamentale», scrive Peter Murphy. L’orientamento politico è quello di dare alle singole istituzioni (scuole, tribunali e ospedali) la facoltà di scegliere. Soluzione o scaricabarile? Dibattito aperto.
Fabio Cavalera


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