Incontro teso, con un solo spiraglio: la partita in Senato senza minacce

ROMA — Due ore di incontro, e un comune commento ufficioso: quello tra il premier Enrico Letta e il suo vice Angelino Alfano è stato un incontro «difficile, teso, duro». Allargato in una fase ai ministri Dario Franceschini e Maurizio Lupi, il confronto non è servito a sciogliere il nodo dei nodi, quello del destino di Berlusconi, che per Alfano e tutto il Pdl deve essere un tema di cui si deve far carico la maggioranza, e lo stesso governo, ma che per Enrico Letta e il suo partito resta un problema meramente «giuridico», per il quale non sono ipotizzabili «soluzioni politiche», né sono accettabili ricatti.
Insomma, il confronto tutto è stato tranne che incoraggiante per le sorti del governo. E, se non ci sarà un cambiamento generale di toni, una sorta di disarmo reciproco, difficilmente il cammino del governo sarà ancora lungo. Eppure, sono le voci che arrivano a sera dalla componente governativa del Pdl, non tutto è perduto.
Chiaro che le posizioni che si fronteggiavano partivano da opposti fronti, che molto difficilmente avrebbero potuto incontrarsi in un clima di armonia. Perché il mandato di Alfano, consegnatogli nel vertice di Arcore di martedì, era tanto vincolante da essere pressoché impossibile da portare a compimento in quella forma: «Anche tu, Enrico, devi farti carico del problema dell’agibilità del leader del centrodestra. Per noi del Pdl è impossibile rimanere in una coalizione che fa decadere il presidente di un partito votato da milioni di elettori, un partito che del Pd è alleato e non avversario. E questo senza un approfondimento, senza tenere conto del parere di illustri giuristi che esprimono dubbi sulla retroattività della norma Severino». Insomma, di fronte a un voto del Pd in giunta, in tempi brevi e senza approfondimenti, a favore delle dimissioni di Berlusconi «noi saremo costretti a lasciare il governo».
Un terreno sul quale Letta non è voluto, né forse poteva, entrare. Rispedendo al mittente, anche con durezza, quello che considerava un ricatto, perché il governo «non può essere tirato in ballo su una questione che è essenzialmente materia giuridica e di pertinenza dei partiti». La giunta, è l’opinione del premier, deciderà in piena libertà quale dovrà essere il trattamento per Berlusconi, non ci sono posizioni che il governo possa prendere a riguardo. E soprattutto non si può chiedere al premier di dare lui la linea al Pd perché si muova in questa direzione. Sia il Pdl dunque a sollevare questioni giuridiche, se esistono, per chiarimenti sulla legge Severino. E sia il Pd a muoversi, senza volontà di colpire a prescindere Berlusconi, per verificare se esistono le condizioni perché non si arrivi alle dimissioni del Cavaliere.
Anche perché da palazzo Chigi fanno sapere che un «punto di sintesi», invece, sulle delicate questioni di Imu e Iva è a portata di mano, se non raggiunto. Dunque, perché far precipitare tutto?
Un discorso che i ministri del Pdl avrebbero recepito. Anzi, dall’area governativa del partito di Berlusconi fanno sapere che il confronto, seppure realmente duro, è stato chiarificatore e anche utile. E «uno spiraglio, per quanto difficile», per una soluzione si intravvede se tutti ci mettono buona volontà. Se il Pdl la smette di trascinare il governo in una questione dalla quale deve restare fuori. E se il Pd accetta di andare a ragionare sulle carte, «senza pregiudiziali anti-berlusconiane».
Non tutto è perduto, insomma, sembrerebbe. Lo spazio per un’analisi dei fatti sul piano giuridico, se si vuole, c’è. Tanto che già dal mattino dall’area moderata del Pdl si spiegava che ancora uno spazio per la trattativa c’è. E c’è fino a quando, il 9 settembre, la Giunta per le elezioni non aprirà i suoi lavori. I segnali d’ottimismo — spiegavano — arrivavano direttamente dall’incontro tra Napolitano e Gianni Letta, che si era tenuto ieri mattina e che aveva lasciato margini di operatività proprio sul terreno giuridico. E lo stesso Letta, è la sensazione che hanno avuto i ministri del Pdl, in realtà non ha chiuso ad un esame obiettivo della situazione, purché la si smetta di usare toni ultimativi. Perfino nel Pd, assicurano le colombe del Pdl, si sta muovendo qualcosa, se è vero che lo stesso Violante starebbe aprendo all’ipotesi di andare a vedere nel merito le obiezioni che alcuni giuristi emeriti stanno facendo sulla legge Severino.
Ma i falchi berlusconiani sono di tutt’altro avviso: «Letta — raccontano — ha detto ad Alfano che sicuramente il Pd voterà contro in commissione, che non è affare loro, che non c’è nessuna soluzione politica in vista e che il Pd sarà compatto a favore delle dimissioni». E in molti nel Pdl sono convinti che Letta sappia di poter contare, in caso di abbandono della componente pidiellina, sul sì di Napolitano a un governo anche di minoranza sostenuto da una parte o da tutti i grillini e magari anche da qualche transfuga berlusconiano.
Se davvero sia così è difficile da dire. Ma certo, se un primo segnale politico doveva arrivare dall’incontro di palazzo Chigi, non è stato dei migliori. E anche se a sera dall’entourage di Alfano si precisava che nulla è ancora deciso, tanto che il vice premier ha spiegato che «noi non vogliamo la caduta del governo, lo abbiamo fatto nascere», l’esecutivo resta in bilico. A meno di colpi di scena che, con il clima infuocato di questi giorni sono davvero difficili da intuire e prevedere. A chi giovi il tempo da qui al 9 settembre, a questo punto, non lo sa più nessuno.
Paola Di Caro


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