E Hollande si schiera: «Saremo al vostro fianco»

PARIGI — Non se l’aspettava. Il presidente francese François Hollande mantiene ferma la sua posizione a fianco di Obama e degli Stati Uniti, ma la retromarcia obbligata (dalla Camera dei Comuni) di un alleato potente come la Gran Bretagna ha ulteriormente indebolito la posizione dell’Eliseo, davanti a un’opinione pubblica sempre più titubante: attaccare la Siria, o perlomeno appoggiare dal cielo la probabile azione americana con i «Rafales» dell’aeronautica francese, significa esporsi quale solitario bersaglio europeo a possibili rappresaglie.
Il governo francese pensa ai suoi 900 soldati impegnati nel sud del Libano, un’area controllata da Hezbollah, con la missione Unifil e che si ritroveranno automaticamente in prima linea nel conflitto, anche senza mettere piede sul vicino suolo siriano. «Se le popolazioni americana, inglese e francese fossero interpellate in proposito, certamente non ci sarebbe intervento militare» ha sostenuto ieri Dominique Moïsi, fondatore dell’Istituto francese di relazioni internazionali, interpellato dalla canale Bfmtv . «La Siria non è il Mali — ha sottolineato i pericoli il politologo — ma l’intervento avviene comunque in un quadro di legittimità garantito dalle convenzioni internazionali che vietano l’uso delle armi chimiche e in nome del diritto d’ingerenza quando si tratta di fermare crimini contro l’umanità».
All’Eliseo, in ogni caso, non si parla di dietrofront. Né di rinvii. Se Obama dà il segnale d’attacco, verosimilmente entro mercoledì prossimo (giorno in cui la questione sarà all’ordine del giorno dell’Assemblée Nationale), Hollande sarà al suo fianco, con o senza l’Australia, con o senza la Lega Araba, con o senza il benestare del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Una situazione da brivido che avrebbe inorgoglito il conservatore Nicolas Sarkozy — osservava ieri Le Figaro — e che è toccato di vivere invece al suo successore socialista, stabilendo un inedito asse Washington-Parigi, senza la partecipazione di Londra.
«Ci sono degli inconvenienti a intervenire — si ammette in queste ore convulse nell’entourage del presidente — ma il rischio dell’inerzia è ancora più grande». Hollande condivide, o si sforza di condividere, le certezze di Obama sulle responsabilità del regime di Bashar al-Assad nella strage condotta con armi chimiche, meno di dieci giorni fa, nella periferia di Damasco.
Hollande condivide, e ne sembra convinto, l’urgenza di una risposta, che dovrà essere «proporzionata e ferma», a un massacro, «che non può e non deve restare impunito». Intervistato da Le Monde , il presidente della Repubblica aveva spiegato che l’indifferenza dell’Occidente avrebbe «banalizzato» il ricorso alle armi chimiche, proibite dal protocollo del 1925, e potrebbe innescare «un’escalation minacciosa anche per altri Paesi». E ancora: «Non sono favorevole a un intervento internazionale che mirasse a liberare la Siria o a rovesciare il dittatore, ma ritengo che debba essere dato un colpo di freno a un regime che commette l’irreparabile sulla sua popolazione».
Il mancato appoggio del parlamento inglese al premier David Cameron è stato un colpo inatteso, almeno fino a poche ore prima della votazione in aula: «Ogni Paese è sovrano nel decidere se partecipare o no a un’operazione» si risponde dal Quai d’Orsay. Dove è già arrivata, al telefono di Laurent Fabius, una lunga e non propriamente calorosa telefonata da Pechino.
Elisabetta Rosaspina


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