Tra i marmi del Palazzaccio il processo senza show al convitato di pietra Berlusconi

IL PESANTE portone di legno dell’aula si apre con solenne lentezza alle 10,50. È qui al secondo piano del Palazzaccio che si celebra il processo dell’anno, quello a Berlusconi. Ma prima di lui, prima del processo che tiene col fiato sospeso la politica, ce ne sono altri sette, che hanno diritto alla stessa attenzione, allo stesso scrupoloso esame.

DAL disoccupato condannato perché non pagava all’ex moglie i 30 euro mensili all’imprenditore accusato di false fatturazioni. Sulla carta, però: perché man mano che il cancelliere chiama a voce alta i ricorrenti si scopre che si sono presentati solo due avvocati, che non hanno nessuna intenzione di tirarla per le lunghe e dunque concludono rapidamente. E gli altri cinque processi? “Non c’è nessuno” annuncia il cancelliere, ma si procede lo stesso. Rapidamente, si capisce: per emettere tutte le sette sentenze la Corte impiega meno di mezz’ora, contro le due ore e mezza che serviranno al giudice relatore solo per riassumere sinteticamente i 94 (novantaquattro) motivi di ricorso del processo contro il super-imputato, Silvio Berlusconi. Il quale non si è fatto vedere, smentendo chi prevedeva un colpo di teatro per impressionare la Suprema Corte (“Merito dell’avvocato Coppi” mi sussurra un esperto cronista giudiziario guidandomi nel maestoso labirinto di marmo dove si smarrisce chiunque attraversi per la prima volta gli altissimi e imponenti corridoi tutti uguali tra loro).
Davanti all’aula, seduti a un tavolo d’angolo vicino alla finestra, gli avvocati del Cavaliere si preparano alla madre di tutte le udienze. Ghedini si è tolto i Rayban neri e ha spento il cellulare, e rinvia il più a lungo possibile il momento in cui dovrà indossare la pesante toga nera con i cordoni dorati e la cravatta di battista. Coppi invece si muove con la disinvoltura di uno che conosce una per una le pietre del palazzo: prende sottobraccio un cronista e gli spiega quello che sta per succedere, avviandosi con passo lento verso il corridoio più deserto. Gli altri processi sono finiti, tocca a Berlusconi.
Ma prima c’è un fuori programma: la Corte deve insediare un nuovo magistrato assegnato ai suoi organici, il giudice siciliano Luigi Barone, da oggi in servizio al massimario delle sentenze. Congratulazioni, auguri e strette di mano. Ecco, si può cominciare, entrano gli avvocati.
Ed è un peccato che Berlusconi non possa vedere l’aula, perché di sicuro gli piacerebbe. Uno come lui, se proprio deve essere processato, ha diritto a un’aula così: colonne di marmo, legni intarsiati, lampadari di bronzo dorato con le lanterne rette da teste di rapaci, un’aquila con lo stemma dei Savoia scolpita sotto la scritta “La legge è uguale per tutti”, sei tribune del pubblico ai lati dell’aula, tutto qui dentro dà solennità alla Legge. La Corte è su un banco leggermente curvo, come nei vecchi film di Alberto Sordi: solo i microfoni accesi davanti ai giudici ci segnalano che sono passati sessant’anni. Allora non c’erano i cellulari: oggi ci sono, ma qui dentro non si possono usare, né per mandare un sms né — per carità! — per scattare una foto: il presidente è tassativo nel divieto, e una ventina di carabinieri e poliziotti hanno come principale occupazione quella di impedire e se necessario reprimere prontamente l’accensione clandestina di palmari, smartphone e altri ordigni ugualmente pericolosi.
I giudici sanno che l’udienza sarà lunga. Il relatore, Amedeo Franco, riassume il processo con voce monotona e senza sussulti, a tratti sembra di sentire il tono con cui Aldo Fabrizi — il maresciallo Topponi de “I tartassati” — leggeva il suo verbale a Totò e a Luis de Funes. Ci metterà due ore e mezza, meritandosi i complimenti dell’avvocato Coppi, insuperabile maestro di diplomazia giudiziaria. Dopodiché tocca alla voce dell’accusa, il sostituto procuratore generale Antonio Mura, un bell’uomo alto ed elegante che ricorda vagamente Cary Grant. La Corte lo ascolta con attenzione, mentre Ghedini — sorseggiando la sua minerale gasata — osserva i giudici. A Milano aveva di fronte tre donne, qui si trova davanti a cinque uomini, quattro con la pelata e tutti e cinque con gli occhiali da presbite.
Il presidente, Antonio Esposito, si tiene il mento con la mano aperta, lo sguardo imparzialmente perplesso, sporgendo il labbro inferiore con un antico gesto che indicherebbe severità cogitante. Il giudice alla sua sinistra sembra sprofondato nella sedia imbottita, un altro compulsa il codice, un altro ancora prende appunti, mentre il relatore scruta il procuratore generale al di sopra delle sue lenti spesse. “A che punto sono?” si informano i poliziotti di guardia, là fuori. Bisogna avere pazienza, ci sarà da aspettare. Davanti al Palazzaccio però non c’è nessuno, niente berluscones inferociti né parlamentari sulle scalinate. «Merito dell’avvocato Coppi», mi sussurra l’anziano collega riportandomi all’aperto, dove si può finalmente assaporare la libertà di accendere il cellulare.


Related Articles

Riforme costituzionali, rinvio a settembre

Soddisfatto il Movimento, che in Aula aveva attaccato Napolitano. La nota del Colle

C’è un nuovo libro nero delle tangenti La ricerca di sponsor in Parlamento

Il quaderno era nascosto a casa di un collaboratore di Salvatore Buzzi. E potrebbe fornire nuove tracce utili per individuare altri politici e funzionari pubblici messi a «libro paga» dal titolare della Cooperativa 29 Giugno

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment