Il governo kazako minimizza «Shalabayeva non è agli arresti»

ROMA —Entro martedì prossimo il prefetto Alessandro Pansa, capo della Polizia, consegnerà al Viminale la relazione sull’inchiesta interna sulle procedure seguite per l’espulsione, poi revocata dal governo, di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, oppositore del presidente Nursultan Nazarbayev. Ma soprattutto sulle responsabilità di chi ha gestito la vicenda che ha innescato un caso internazionale e ora anche interno. A rischiare sono funzionari di polizia, della Questura, della Prefettura e dei vertici del Dipartimento di pubblica sicurezza che hanno partecipato in prima persona all’operazione nella villa di Casal Palocco, al successivo trasferimento della donna al Cie di Ponte Galeria e quindi, due giorni più tardi, con la figlia di 6 anni, all’aeroporto di Ciampino, dove ad attenderle c’era un jet privato pronto per riportarle in Kazakistan.

Fonti del Viminale sottolineano come il ministro Angelino Alfano, messo sotto accusa dalle opposizioni (Sel e M5S) per come ha affrontato la situazione, sia pronto a prendere severi provvedimenti. «Qualcuno dovrà pagare per quello che è successo», avrebbe affermato, rimarcando ancora una volta il fatto di essere stato tenuto all’oscuro del blitz e di quanto accaduto dopo. «Un fatto inconcepibile», avrebbe aggiunto. Ma nella dinamica che ha portato poi all’espulsione della Shalabayeva ci sono ancora alcuni punti da chiarire. A cominciare dal passaporto diplomatico del Centrafrica mostrato dalla donna agli agenti della Squadra mobile e poi sequestrato. Per la polizia un documento falso, regolare invece per il tribunale del Riesame. Domani il pm Eugenio Albamonte chiederà di svolgere una rogatoria internazionale presso quel Paese, sebbene non ci siano rapporti diplomatici con l’Italia.

Fra gli accertamenti da compiere ci sono poi quelli su chi — si ipotizza un funzionario della Prefettura della Capitale — autorizzò l’espulsione dopo che il giudice di pace aveva solo convalidato l’ordine di trattenimento al Cie di Ponte Galeria, emesso dal questore Fulvio Della Rocca. Proprio nel decreto di revoca dell’espulsione di venerdì scorso la Prefettura parla dei due passaporti regolari kazaki di Alma Shalabayeva e dei permessi di soggiorno, regolari anch’essi, rilasciati da Gran Bretagna e Lettonia. «Documentazione — si legge nel provvedimento — non prodotta e non menzionata dall’interessata durante gli accertamenti della Questura di Roma» e quindi «del tutto sconosciuta al momento dell’adozione del provvedimento di espulsione e, quindi, non considerata anche dalle autorità giudiziarie». Una difesa che potrebbe non essere sufficiente.

Alla Questura ha invece risposto ieri la Farnesina, precisando che dopo il blitz di fine maggio a Casal Palocco per catturare Ablyazov — ex capo della Bta, un’importante banca kazaka, ricercato dall’Interpol e fuggito dalla villa — effettivamente da San Vitale arrivò un fax con la richiesta di conferma se la moglie del dissidente avesse copertura diplomatica, ma il documento «non faceva riferimento al marito e non si poteva collegare a lui, rifugiato politico in Gran Bretagna». Il ministero degli Esteri, inoltre, «non ha alcun accesso a nessun tipo di database di cittadini stranieri e non era possibile fare alcun collegamento fra questa signora, indicata con il suo nome da ragazza (Alma Ayan, 46 anni) e di cui ci veniva solo chiesto se godeva o meno della copertura diplomatica, e la moglie di Ablyazov». Insomma dalla Farnesina smentiscono di essere stati al corrente dell’operazione, anche se precisano di essersi già attivati per aiutare la Shalabayeva: le autorità kazake — che hanno assicurato il rispetto dei diritti e della libertà della moglie di Ablyazov — avrebbero dato anche il loro impegno scritto al console italiano ad Astana. «La signora Shalabayeva ha l’obbligo di dimora perché indagata per una storia di passaporti rilasciati irregolarmente, ma non è accusata dei reati del marito».

Rinaldo Frignani


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